ER CANARO

Questo e' cio' che accadde a Roma, giovedi' 8 febbraio 1988.
Ripeto: chi e' debole di stomaco non legga il seguito.
I protagonisti della nostra terribile storia sono Giancarlo Ricci, un ex pugile e
Pietro De Negri, detto "er canaro", gestore di un negozio di toilette per cani.
Usero' il presente per fatti passati.
Giancarlo Ricci ha 31 anni. Un passato da pugile e un presente da bullo di
quartiere in carriera. Alla Magliana, il quartiere di Roma dove viveva, era
considerato un piccolo boss. Temuto e rispettato. Sottoponeva ad angherie
chiunque gli capitasse a tiro. E, nel tempo, una vittima preferita era diventata il
suo ex-amico Pietro De Negri, "er canaro" per la sua attivita' cinofila. Un uomo
piccolo, mite, amante degli animali, affettuoso in famiglia e tenero con la figlia
piccola; con un solo difetto: l'uso e lo spaccio di cocaina. In continuazione il Ricci
irrompeva nel locale del De Negri per procurarsi la cocaina e ne approfittava per
pestarlo, per offenderlo davanti ad altri, anche di fronte alla figlia. Un giorno,
Ricci feri' il suo cane preferito.
Successivamente lo aveva coinvolto in un improbabile furto che porto' alla cattura
del De Negri e alla sua reclusione per 10 mesi durante i quali non fece mai il
nome del complice Ricci. Una volta uscito, pretendendo la sua parte ne ebbe in
cambio pugni e risate umilianti. L'ira cresceva. E cosi' la paura. Il tutto fino a quel
giovedi'.
Ricci entra nel negozio di De Negri per commettere qualche altra angheria. Ma
"er canaro" questa volta ricorre all'astuzia laddove con la forza non poteva
sopraffare l'avversario. Inventa una storia: un pusher sarebbe arrivato da li' a
poco con molti soldi e molta coca e avrebbero potuto facilmente derubarlo
agendo assieme. E per far questo convince De Negri a nascondersi in una gabbia
da cani.
Cosi' e'.
Entrato Ricci a fatica, il De Negri fa scattare la trappola. Clic. Il chiavistello della
gabbia si chiude. Ricci capisce che e' in trappola. Lancia improperi, minacce,
scuota la gabbia e quasi sta per uscirne, ma De Negri lo colpisce con un bastone
sulla testa.
La musica nel locale e' ad alto volume.
Apre la gabbia e tira fuori il Ricci svenuto. Lo incatena come faceva per quei cani
non desiderosi del lavaggio. Poi prende i ferri del mestiere: una forbice da
tosatore, un martello, una tronchese. Gli stessi ferri usati per abbellire i cani,
sono adoperati per realizzare il suo progetto.
Dapprima gli stacca le dita: i pollici, gli indici. Poi li mette sul bancone. Ricci
riprende i sensi per il dolore. Per cauterizzare le ferite, De Negri mette della
benzina sulle dita mutilate e da' fuoco. Mentre Ricci urla di dolore, impreca e
minaccia, De Negri si accende una sigaretta e sniffa coca.
La vittima continua a gridare. Troppo.
Occorre fare qualcosa. Soluzione trovata.
Appena Ricci perde le forze per il dolore, er canaro ne approfitta per tagliagli la
lingua.
Poi con la forbice gli recide le orecchie, le labbra, la punta del naso e mette tutto
sul tavolo. Esegue una breve danza. Decide di continuare. Gli abbassa i pantaloni
e gli taglia testicoli e sesso. Alla radice. Ricci non puo' piu' urlare ma e' ancora
vivo e si dimena. Il suo corpo pero' inizia a tremare come scosso da corrente
elettrica. Il dolore elimina se stesso. Funge da anestetico.
De Negri, con un bastone, allarga quest'ultima ferita e per evitare che muoia
dissanguato, ancora una volta ricorre alla benzina tra le gambe.
Poi, come se nulla fosse accaduto, si lava il sangue da dosso e va a prendere la
figlia a scuola. Affettuosamente la saluta e la riaccompagna a casa. Torna a
completare il lavoro. Oramai Ricci e quasi morto ma respira ancora.
De Negri prende gli organi genitali staccati e glieli infila in bocca fino al
soffocamento. Ricci oramai e' morto ma ha gli occhi aperti. De Negri non sostiene
lo sguardo. Con i pollici preme, preme fino a far scomparire gli occhi dietro. Poi
prende un dito mozzato e lo infila nell'ano e altre due negli occhi sanguinanti.
Con un martello gli spacca il cranio e con il sapone per cani glielo lava: "a
quell'infame gli ho lavato il cervello con lo shampoo per cani" confessera' ai
carabinieri.
Sette ore. In tutto sette ore e' durata la tortura.
Prende il cadavere lo avvolge in sacchi neri, pulisce tutto scrupolosamente e lo
porta in campagna per bruciarlo. E cosi' sara' trovato.
Si arrivera' ad arrestarlo piuttosto facilmente e, dopo poco, confessera' tutto.
Un uomo mite, dopo lunghe angherie e sopraffazioni si trasforma da vittima in
carnefice e, attraverso l'inganno, sovverte le leggi della forza con quelle
dell'astuzia. E il disegno violento ha il suo inizio.
In questo si evidenzia che l'orrore deriva non soltanto dall'ira,
dall'improvvisazione ma da piano ragionato.
Sul perche' della violenza non c'e' accordo. Si va da spiegazioni sociologiche (e' la
struttura sociale e si suoi processi a generare le precondizioni per l'azione),
psicologiche (lo stato mentale del soggetto agente e i tratti della personalita'),
biologiche (delinquenti si nasce) e psichiatriche (legati a patologie mentali). Di
fronte ad uno stesso delitto vi sono molteplici spiegazioni, interpretazioni. Si
ricostruiscono discorsi plausibili, verosimili, ma non si determinano nessi causali
vincolanti. Talvolta, piu' che la genesi e le cause (criminogenesi) va compresa la
dinamica del delitto, il suo processo (la criminodinamica).
Cio' che ha fatto De Negri alla sua vittima costituisce l'esito del ribaltamento dei
ruoli: tutta la violenza accumulata nel tempo gli si ritorce contro. L'obiettivo era
di ridurre all'impotenza il proprio carnefice, di distruggere pezzo per pezzo il suo
corpo demolendo la causa del suo male. Dunque non era sufficiente ucciderlo.
Ma nonostante tutto, resta un alone di mistero in tutto cio'.

 

 


 

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