INFERMIERE O SPIE?

Fine dell vicenda

Il ministro degli Esteri bulgaro annuncia: «Saranno graziati» Libia, rilasciati infermiere e medico bulgari Erano stati condannati all'ergastolo con l'accusa di aver infettato con il virus dell'Aids oltre 400 bambini libici, alcuni dei quali morti  
 
Cecilia Sarkozy sorride mentre le infermiere bulgare si abbracciano al loro arrivo a Sofia (Reuters)
PARIGI - Le infermiere e il medico bulgari detenuti in Libia sono stati rilasciati e sono arrivati a Sofia su un aereo della presidenza francese. Lo riferisce l'Eliseo. Il portavoce del ministro degli Esteri bulgaro Dimitar Tsantchev ha annunciato che tutti saranno graziati.

L'AEREO - L'aereo della Repubblica francese è decollato nella notte tra lunedì e martedì dalla Libia con destinazione Sofia con a bordo Cecilia Sarkozy, la moglie del presidente trnasalpino, che tanto si è adoperata per la sorte delle infermiere bulgare e per il medico palestinese naturalizzato bulgaro. A bordo c'era anche il commissario della Ue Benita Ferrero-Waldner, il segretario generale dell'Eliseo M. Claude Gueant, le «cinque infermiere bulgare e il medico palestinese», precisa un comunicato. Nella nota «il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy e il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso si felicitano dell'accordo che ha permesso la liberazione e il ritorno in Bulgaria delle infermiere detenute da più di otto anni e del medico di origine palestinese».

LA VICENDA - I sei erano stati condannati all'ergastolo da un tribunale libico con l'accusa di aver infettato con il virus dell'Aids numerosi bambini libici, 438 per la precisione, alcuni dei quali morti, nell'ospedale pediatrico di Bengasi. In patria non dovranno scontare alcuna pena, ma saranno tutti graziati all'arrivo. come ha assicurato un portavoce del ministero degli Esteri di Sofia. La Libia ha intanto fatto sapere di aver deciso per l'estradizione delle infermiere e del medico perché «sono state soddisfatte le nostre condizioni». «NIENTE SOLDI PER LA LIBERAZIONE» - Condizioni politiche e non economiche, come conferma anche Nicolas Sarkozy: «Posso tranquillamente confermare che né l'Europa né la Francia ha pagato un contributo finanziario alla Libia per la liberazione delle infermiere e del medico. Cecilia - ha poi continuato - ha fatto un lavoro notevole» per arrivare a una soluzione positiva della vicenda. Diversa l'opinione della Libia secondo cui sia Ue che Francia hanno invece versato denaro al Fondo speciale di Bengasi per l'aiuto alle famiglie dei bambini libici contaminati dal virus dell'Hiv. Secondo il ministro degli Esteri libico, Abdel-Rahman Shalgam, «tutti hanno versato un contributo al Fondo, comprese l'Ue e la Francia. Hanno coperto tutto l'ammontare versato alle famiglie e anche più». «Tra la Libia e l'Unione Europea - ha continuato - è stato firmato un accordo di cooperazione per sviluppare ed espandere la collaborazione tra le due parti, comprendente una piena cooperazioone e associazione». Insomma, un piccolo giallo che verrà magari risolto mercoledì, quando Sarkozy è atteso a Tripoli con il ministro degli Esteri transalpino Bernard Kouchner. Obiettivo della una visita «aiutare a reintegrare la Libia nella comunità internazionale». 24 luglio 2007

 

La questione riguarda 5 infermiere bulgare e 1 medico palestinese si dice abbiano inoculato il virus dell'Aids a 426 bambini ricoverati all'ospedale di Bengasi (52 di loro sono morti). Ma sono sul serio stati loro?

Visto dal mio punto di vista:

Vi sono stati 52 morti e 426 contagiati in un ospedale di Bengasi zona libica profondamente contraria all'operato di Gheddafi (covo dei dissidenti). Con i primi contagi e le prime morti i dissapori verso l'operato del presidente sono aumentati. I papabili responsabili per incurie sembrano le 5 infermiere e il medico palestinese. Allora Gheddafi ha deciso di usare questo contagio di massa, non unico in Libia, per unire il suo popolo contro un nemico comune. Anzichè di un contagio dovuto a un'epidemia è stato dipinto come un'azione ordita dalla CIA per destabilizzare il governo e avrebbero addestrato le sei spie a somministrare l'hiv creato in laboratorio. Io non so chi abbia ragione, ma il racconto libico sembra poco verosimile e se leggere gli ultimi articoli esimi studiosi hanno dimostrato che il virus era già presente prima che arrivassero i sei e che non è stato creato in laboratorio. Inoltre le confessioni sono state estorte tramite torture.  

un po' di pubblicità poi alcuni articoli in ordine cronologico sull'argomento!

 

 

 

 

Da qui in poi elenco gli articoli trovati scritti sull'argomento

PROCESSO AI MEDICI BULGARI IN LIBIA

06.04.2000

Un tribunale libico ha rimandato il processo di sei medici bulgari e nove arabi accusati di aver deliberatamente infettato con il virus dell'HIV circa 400 bambini libici. L'avvocato difensore dei medici bulgari ha dichiarato di aver avuto troppo poco tempo per esaminare le 1.600 pagine approntate dall'accusa. Il processo, iniziato in febbraio, è stato posticipato in seguito alla richiesta presentata dalla difesa.

Si tratta di un caso veramente insolito. I medici vennero arrestati oltre un anno fa nel corso di indagini in seguito ad un'epidemia di AIDS scoppiata in un ospedale infantile di Bengasi. Se riconosciuti colpevoli, gli imputati potrebbero essere condannati a morte. Il governo bulgaro ha ripetutamente detto di non credere affatto nella colpevolezza dei propri medici e ha richiesto un processo equo. I rapporti fra Bulgaria e Libia sono tradizionalmente buoni.

"PISTA BULGARA" PER L' AIDS IN LIBIA

09.02.2004 - Sofia

Se l' ombrello bulgaro ha funzionato, perché non dovrebbe funzionare la siringa venuta da Sofia? Se nel ' 78 i servizi segreti comunisti assassinarono a Londra il dissidente Georgi Markov con la punta avvelenata di un ombrello, perché è meno credibile che 20 anni dopo altri bulgari abbiano complottato, stavolta al soldo dell' Occidente, per scatenare un' epidemia di Aids a colpi di aghi infetti?

E' quanto devono aver pensato le autorità libiche, di fronte a un' incontrollabile infezione da Hiv all' ospedale pediatrico di Bengasi: e il risultato della caccia agli untori è che da 4 anni sei cittadini bulgari (un dottore e cinque infermiere) sono agli arresti in Libia, accusati di aver deliberatamente contagiato quasi 400 bambini. Il processo a loro carico è alle battute conclusive e la prospettiva che i sei finiscano al patibolo non è tanto remota.

Il colonnello Gheddafi parlò per la prima volta in pubblico del caso alla conferenza sull' Aids in Nigeria nell' aprile del 2001. E sollevò lo spettro della cospirazione mondiale anti-libica: «E' qualcosa di terribile - disse ispirato - una catastrofe, un crimine odioso. Abbiamo trovato un dottore e un gruppo di infermiere in possesso del virus dell' Hiv, ai quali è stato chiesto di sperimentarne gli effetti sui bambini. E chi li ha incaricati di questo odioso compito? Alcuni dicono la Cia. Altri dicono il Mossad (il servizio segreto israeliano, ndr.)».

A quell' epoca i sei bulgari erano già da due anni nelle poco confortevoli prigioni di Tripoli. «Mio padre è stato in regime di completo isolamento per un anno, in una cella di un metro e mezzo senza luce nè finestre - racconta Marian, figlio del dottor Zdravko Georgiev -. E' stato picchiato e sottoposto a forti pressioni psicologiche. Poi lo hanno trasferito in una prigione dove erano in cento in uno stanzone e non c' era neppure lo spazio per sedersi. Per un anno ha portato addosso sempre gli stessi vestiti». Alle infermiere è andata anche peggio. Secondo fonti concordanti sono state torturate con bastoni e scariche elettriche e due di loro anche stuprate.

I primi casi di Aids all' ospedale pediatrico Al-Fatih di Bengasi risalgono al 1998. Ma la retata antibulgara scatta solo il 9 febbraio del ' 99: vengono arrestati in 23. La maggioranza è poi rilasciata, tranne sei. Contro di loro, solo un anno dopo, viene formalizzata l' accusa: aver perpetrato azioni sul territorio libico con l' obiettivo di minare la sicurezza dello Stato; aver provocato un' epidemia di Aids iniettando il virus a 393 bambini; aver commesso omicidio con l' uso di sostanze letali come il virus dell' Hiv. Tutte imputazioni da pena di morte.

In mano, per di più, al Tribunale del Popolo, una corte speciale che si occupa di casi legati alla sicurezza nazionale. A decorare il tutto, l' accusa contro tre delle infermiere di aver intrattenuto relazioni sessuali illecite, più quelle di aver fabbricato e bevuto alcol in pubblico e aver violato le norme valutarie.

A Sofia è d' obbligo la cautela. Anche se negli ultimi tempi l' atteggiamento libico si è ammorbidito e il processo è stato trasferito alla magistratura ordinaria, nei corridoi della diplomazia bulgara si ritiene improbabile un' assoluzione dei sei, dopo tutto il caso che è stato montato. «Ma non credo proprio che una condanna a morte in questo frangente possa essere eseguita», fa rilevare il ministro degli Esteri Solomon Passy. La soluzione che si auspica è una verdetto di colpevolezza, magari senza sentenza capitale, seguito da un «magnanimo» intervento di grazia del colonnello Gheddafi. Che avrebbe così modo di lustrare ancora un volta le sue ritrovate credenziali con l' Occidente.

Autore: Luigi Ippolito
Fonte: Corriere della Sera
 

 

LIBIA: "A MORTE I MEDICI BULGARI"

07.05.2004

Non sono servite neanche le pressioni esercitate fino all'ultimo dall'Unione europea sul leader libico Muammar Gheddafi. Ieri mattina il tribunale di Bengasi ha condannato a morte tramite fucilazione cinque infermiere bulgare e un medico palestinese riconoscendoli colpevoli di aver diffuso il virus dell'Aids tra i bambini dell'ospedale pediatrico della città che si affaccia sul golfo della Sirte. Un altro medico bulgaro, Zdravko Marinov Georgiev, è stato invece condannato a 4 anni di reclusione e rilasciato al termine dell'udienza. Si tratta di una sentenza per certi versi scontata, che dopo quattro anni mette fine nel modo peggiore a un processo che fin dall'inizio ha suscitato numerosi dubbi e polemiche. Secondo l'accusa i sette avrebbero infettato volontariamente 426 bambini ricoverati nell'ospedale Al Fateh, 40 dei quali sono morti. Un'azione compiuta, secondo i giudici, «per danneggiare la sicurezza libica». Tra le proteste dei familiari delle piccole vittime, la stessa corte ha invece assolto nove medici libici accusati di negligenza. In Bulgaria, dove il processo è stato seguito con la massima attenzione, le proteste per le condanne a morte non si sono fatte attendere. La radio nazionale ha interrotto i programmi per diffondere la notizia, mentre il governo ha condannato la sentenza. «Non sono state prese in considerazione le prove presentate da due esperti, l'italiano Vittorio Colizzi e il francese Luc Montagnier, che nei loro rapporti avevano detto che l'infezione di Aids già esisteva nell'ospedale mesi prima dell'arrivo dei bulgari», ha accusato il ministro degli esteri Solomon Passy. E il ministro della giustizia, Anton Stankov, dopo aver annunciato di voler impugnare la sentenza, ha detto di attendere «le reazioni dei nostri partner internazionali, in primo luogo Usa, Gran Bretagna e Irlanda».

In realtà le accuse di un presunto complotto internazionale sembrerebbero servire alla Libia soprattutto per coprire pesanti responsabilità nella gestione dell'ospedale di Bengasi. Le cinque infermiere, Cristina Valcheva, Nasja Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva, Senejana Ivanova Dimitrova, si trovavano in Libia insieme a Zdravko Marinov Georgev grazie a un rapporto di scambio tra Sofia e Tripoli che prevede l'invio di medici bulgari negli ospedali libici (dove guadagnano di più che in patria) e la presenza di medici libici in Bulgaria. Tutti e sei vengono arrestati con il medico palestinese il 9 febbraio del 1999. Con loro finiscono in manette altri 17 bulgari, in seguito rilasciati. Le accuse che gli contestano le autorità libiche sono pesantissime: aver provocato un'epidemia di Aids iniettando il virus nei piccoli pazienti dell'ospedale Al Fateh e aver commesso omicidio con l'uso di sostanze letali come il virus dell'Hiv. Tutti reati punibili con la pena di morte. Come se non bastasse, poi, tre delle cinque infermiere vengono anche accusate di aver avuto rapporti sessuali illeciti, di aver prodotto e consumato alcol in pubblico e di aver violato le norme valutarie del paese. Gli imputati finiscono così davanti al Tribunale del Popolo, una corte speciale che in Libia si occupa di casi legati alla sicurezza nazionale.

Ma perché i sei bulgari e il medico palestinese avrebbe compiuto un'azione così orrenda? A spiegarlo è lo stesso leader libico. Prendendo la parola in Nigeria durante la conferenza mondiale sull'Aids che si tiene nell'aprile del 2001, il Colonnello definisce il caso «un crimine odioso». «Abbiano trovato - spiega - un dottore e un gruppo di infermiere in possesso del virus dell'Hiv ai quali è stato chiesto di sperimentare gli effetti sui bambini. E chi li ha incaricati di questo odioso compito? Alcuni dicono la Cia. Altri dicono il Mossad».

Intanto, mentre alcuni dei bambini malati vengono trasferiti a spese della Libia in Italia e curati negli ospedali Sacco e Niguarda di Milano e al Bambin Gesù di Roma, gli imputati sono detenuti nel carcere di Tripoli. Durante il processo - dove si dichiarano innocenti - denunciano di essere stati torturati e due infermiere accusano di essere state stuprate. A loro favore c'è la relazione stilata per conto dell'Unesco da un medico di fama mondiale come Luc Montagnier e dal virologo italiano Vittorio Colizzi, secondo la quale già un anno prima dell'arrivo in Libia dei sanitari bulgari nell'ospedale di Bengasi girava un'infezione di Aids a causa delle scarse condizioni igieniche. Una rapporto che avrebbe dovuto mettere fine a qualunque fantasia cospirativa e di cui invece non è stato tenuto conto.

Il caso dei medici bulgari è stato oggetto anche degli incontri avuti solo una settimana fa da Gheddafi durante il suo viaggio a Bruxelles e si spera che ora il leader libico possa intervenire concedendo la grazia agli imputati, anche per non compromettere la marcia di avvicinamento all'Europa cominciata con l'ammissione delle responsabilità per l'attentato di Lockerbie. Intanto le condanne a morte sono state definite «inaccettabili» anche dal Dipartimento di Stato americano che ieri sera, attraverso il suo portavoce, ha sollecitato il governo libico «a prendere provvedimenti per risolvere rapidamente questo caso».

Autore: Carlo Lania
Fonte: Il Manifesto

LIBIA: "QUELL'OSPEDALE ERA GIÀ INFETTO"

07.05.2004

Vittorio Colizzi è docente di microbiologia all'università romana di Tor Vergata. Nel 2002 è stato inviato dall'Unesco - insieme a Luc Montagnier - a Bengasi, presso l'«Al- Fateh Hospital». A quel primo soggiorno sono seguite altre visite e un rapporto che è ora considerato dal governo di Sofia come una prova decisiva.

Come siete stati accolti a Bengasi?

In teoria ci è stata fornita la massima collaborazione avuta, però, solo in parte. Certo, abbiamo letto le cartelle cliniche dei bambini infettati e, successivamente, ci è stato addirittura concesso di visitarli e di far analizzare i campioni del loro sangue in Europa.

Il risultato?

In base ai file digitali che ci sono stati consegnati, già a partire dal 1997 erano ricoverati nell'ospedale di Bengasi ben 7 bambini affetti da virus dell'Hiv. Altri 14 bambini erano stati dimessi entro la fine di febbraio del `98.

E quando è arrivato, in Libia, il personale medico bulgaro?

Alla fine di febbraio del 1998.

Dunque alcuni casi di Aids si erano già verificati prima che arrivassero i bulgari.

Esattamente.

Cosa impedisce di credere che, dopo, qualcuno abbia inoculato il virus ad altri 426 bambini?

Nulla. Tuttavia i bambini ricoverati prima dell'arrivo dei bulgari presentavano - secondo l'analisi delle sequenze virali - lo stesso ceppo virale di quelli che sono stati infettati poi. Il che dimostra che quel virus già circolava nell'ospedale.

Perché del personale medico e paramedico bulgaro si trovava in Libia?

E' un fenomeno frequente.La Libia è piena - negli ospedali - di personale proveniente dai paesi dell'Est. I libici non hanno materiale medico e infermieristico sufficiente.

Secondo l'accusa il virus sarebbe stato inoculato volontariamente.

Sembra improbabile che le infermiere siano arrivate di notte con la siringa assassina.

Si dice che stessero sperimentando un vaccino.

Tra tutte quelle che ho sentito, questa è la più incredibile. Del resto anche due infermiere libiche sono state infettate.

Qual è la vostra ipotesi?

Che questo ceppo virale sia simile a quelli dell'Africa subsahariana. I confini della Libia - specie nel deserto - non esistono e da quella parte dell'Africa c'è un flusso continuo di immigrati. Una donna proveniente da quella zona potrebbe aver partorito a Bengasi provocando la diffusione del virus.

Lei esclude la colpevolezza dei bulgari?

Non c'è nessuna prova che siano stati loro. Ci sono, invece, prove che dimostrano come il virus fosse già presente.

Lei e il professor Montagnier avete testimoniato al processo...

Si è trattato di un processo corretto dal punto di vista formale ma non da quello sostanziale. I libici hanno accettato il nostro rapporto e non ci hanno esclusi dal dibattimento ma hanno accolto una serie di prove per noi incomprensibili. Un esempio: parlano di campioni di bottiglie trovati nelle case delle infermiere bulgare e nei quali sarebbe stato conservato il virus. Per tre giorni ho aspettato, a Tripoli, che quelle bottiglie mi venissero consegnate. Non è successo.

Autore: Iaia Vantaggiato
Fonte: Il Manifesto
 

 

LIBIA: 5 INFERMIERE BULGARE CONDANNATE A MORTE

12.05.2004 - Sofia

Cinque infermiere bulgare sono state condannate a morte da una corte libica lo scorso 6 maggio. Christiana Valcheva, Valia Cherveniashka, Nasia Nenova, Valentina Siropulo e Snezhana sono state ritenute colpevoli di aver volontariamente infettato con il virus dell’AIDS circa 400 bambini libici. Tra il personale bulgaro accusato solo Zdravko Georgiev, medico, si è visto assegnare una pena di soli 4 anni ed è stato immediatamente rilasciato per averli già scontati.

Il personale medico bulgaro lavorava in un ospedale infantile a Benghazi. Il loro dramma è iniziato cinque anni fa. Furono infatti arrestati nel 1999 e non lasciarono mai le carceri libiche. In Bulgaria la loro vicenda era già nota ma la condanna a morte ha scioccato i bulgari. Le autorità di Sofia hanno immediatamente reso noto che faranno di tutto affinché i difensori delle infermiere ricorrano in appello e possano vincere. “I nostri concittadini sono innocenti e questa tesi è ampliamente suffragata dalle prove emerse durante la fase processuale”, ha dichiarato Anton Stankov, Ministro della giustizia bulgaro aggiungendo poi che il governo bulgaro non accetterà che propri concittadini divengano ostaggi di Tripoli per risolvere questioni interne alla Libia.

La tesi dei difensori delle infermiere è che questi ultimi avrebbero confessato la propria colpevolezza sotto tortura. “La corte libica ha affermato che non è di sua competenza valutare se le confessioni siano state rilasciate o meno in seguito a torture, e questo è perlomeno sorprendente”, ha aggiunto Stankov. Cerca nuovi spiragli il Presidente dal Parlamento bulgaro Ognyan Gerdzhikov: “anche se in appello la condanna fosse confermata il presidente libico Gheddafi potrebbe graziarli”.

Solomon Passy, Ministro degli esteri, ha preferito invece appellarsi all’aiuto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed alla Comunità internazionale. La stampa ha riportato che il Ministro degli esteri avrebbe già avviato contatti con tutti i 15 membri del Consiglio ed avrebbe iniziato a scrivere, assieme alla Gran Bretagna, una risoluzione che porti ad alleviare le sanzioni internazionali contro la Libia per ingraziarsene i favori.

Shock e paura

“Shock e paura” titola il quotidiano Troud lo scorso 8 maggio descrivendo le forti reazioni in Bulgaria alla sentenza della corte libica. Sindaci, politici e semplici cittadini stanno raccogliendo in tutto il Paese sottoscrizioni in difesa delle 5 infermiere. “Sarei tentato di invitare tutti i medici e le infermiere bulgare che lavorano in ospedali libici a lasciare il paese” ha affermato Ventzilav Grozdev, a capo del sindacato bulgaro dei medici “senza di loro il sistema sanitario libico crollerebbe in meno di tre settimane. Gheddafi se lo merita”. Più duri i toni dei manifestanti portati davanti all’ambasciata libica dai nazionalisti del VMRO, partito che non è rappresentato in parlamento. Questi ultimi hanno intonato slogan dal blando “I bulgari sono innocenti” o “Libertà per il personale medico bulgaro” al più violento “Libici assassini”.

La Bulgaria sulla questione è comunque in fermento. 715.000 bulgari hanno sottoscritto la campagna “Un milione di lettere per i nostri compatrioti” organizzata dall’Unione degli editori bulgari. 12 quotidiani nazionali bulgari hanno allegato alle edizioni di questi giorni cartoline da inviare al presidente USA ed alla Commissione europea dove si scrive che la Bulgaria crede nell’innocenza dei propri concittadini in Libia. Il presidente della sezione bulgara del Comitato di Helsinki, think tank che si batte per la difesa dei diritti umani nel Paese, ha paragonato la corte libica a quelle attive in Bulgaria prima del 1989, durante l’era comunista. “La storia dei bulgari in Libia avrà un lieto fine solo se vi saranno forti pressioni USA e dell’Unione europea”, ha aggiunto.

Forti reazioni internazionali

Le reazioni alla sentenza in Libia sono state vigorose sia nell’Unione europea che negli USA. L’Unione europea ha già espresso la propria preoccupazione. Richard Baucher, portavoce del Dipartimento di Stato USA ha invece affermato come gli USA faranno pressione su Tripoli affinché l’intera vicenda abbia un esito positivo. Anche l’ambasciata USA a Sofia ha preso posizione e in un comunicato stampa ha definito la sentenza sbagliata ed ingiusta. E’ scesa in campo anche Amnesty International che ha invocato la cancellazione delle sentenze a morte che ha definito sconcertanti.

Colpevoli ed innocenti sul "Caso Libia"

La stampa locale in Bulgaria ha criticato le autorità bulgare al potere dal 1999 ad oggi per non essere state in grado di fare nulla che abbia potuto evitare la drammatica sentenza dei giorni scorsi. In particolare si è ricordata un’affermazione dell’ex premier Ivan Kostov il quale sulla vicenda avrebbe affermato: “Nel caso i nostri concittadini fossero colpevoli?”. Troud chiede invece le dimissioni del Ministro degli esteri Salomon Passy pur affermando che la colpa maggiore sarebbe da attribuire a chi lo ha preceduto: Nadezhda Mihailova. Troud sostiene come l’attuale responsabile degli eteri continui a parlare di giusto processo sperando che l’entrata della Bulgaria nella NATO basti a risolvere tutti i problemi. “Occorre una vera e propria offensiva diplomatica per arrivare ad un lieto fine” si ricorda dalle colonne del quotidiano “non sono sufficienti le dichiarazioni di Colin Powel e Romano Prodi. Avranno effetti concreti solo se la nostra diplomazia avvierà una martellante pressione diplomatica”. Appare comunque come una beffa che la sentenza arrivi a solo una settimana dalla visita del colonnello Gheddafi a Bruxelles dove è stato accolto con un abbraccio da Romano Prodi, commenta il quotidiano Dnevnik.

Scenari

La stampa bulgara ha provato ad immaginare i differenti scenari sul “Caso Libia”. Qualcuno sostiene che basterà una telefonata di Bush per far fare un passo indietro al colonnello libico. Ma il portavoce del Ministero degli esteri della Libia avverte: “Meglio che gli USA pensino ad indagare e fare chiarezza sulle torture contro gli iracheni piuttosto che dare consigli e fare pressioni su una corte indipendente in Libia”. Altri consigliano invece la strada dell’Unione Europea o addirittura Mosca. Difficile infatti per gli editorialisti del quotidiano Troud che Gheddafi possa temere le reazioni USA, il suo nemico numero uno, meglio provare a raggiungerlo tramite il Cremlino. Intanto però la posizione libica si è radicalizzata. Il vice Ministro degli esteri libico, Hasun Ashaush, ha accusato la Bulgaria di bio-terrorismo e di contaminazione di bambini con armi di distruzioni di massa. Accuse negate con vigore da Sofia. Intanto l’altro ieri un medico bulgaro e' stato accusato in Libia di aver curato male una paziente, poi deceduta. Il dottor Anton Botev, che lavorava a Msalata (a 120 km da Tripoli), non e' riuscito a salvare la paziente, trasportata in ospedale in stato di morte clinica. Interrogato prima come testimone, il medico bulgaro e' poi stato “accusato di non aver curato la paziente in modo adeguato”, ha affermato l' ambasciata bulgara in Libia, precisando che egli non e' detenuto. Lo stesso giorno è stata avviata la procedura di ricorso in appello presso la Corte suprema per le cinque infermiere bulgare condannate a morte.

Autore: Tanya Mangalakova
Fonte: Osservatorio sui Balcani
 

 

LIBIA: 32 SCIENZIATI CHIEDONO LA REVOCA DELLE CONDANNE A MORTE

29.06.2004 - Sofia

Trentadue tra i principali esperti di AIDS, di 10 diverse nazioni, hanno sollecitato il leader libico Mohammar Gheddafi a revocare la sentenza di morte che il suo paese ha comminato a cinque infermiere bulgare ed un dottore palestinese accusati di epidemia dolosa.

"Come eminenti virologi ed altri scienziati e medici, ci uniamo ai nostri colleghi di tutto il mondo nell'appellarci urgentemente a voi per revocare le sentenze di morte comminate dalla Corte Penale di Bengasi, in Libia, a cinque infermiere bulgare ed un medico palestinese," Così hanno scritto gli esperti in una lettera a Gheddafi che è stata spedita per e-mail alla BNN. "Chiediamo inoltre, rispettosamente, al vostro governo di rivedere le procedure che hanno coinvolto questi lavoratori stranieri in quest'affare."

"Di conseguenza sollecitiamo le autorità libiche ad archiviare il caso e a rilasciare nei loro paesi d'origine il personale medico incarcerato che era stato invitato nel loro paese per aiutare a curare i malati," continua la lettera.

[...]

Gli autori della lettera […] comprendono il dottore francese Luc Montaigner, co-scopritore del virus HIV, il virologo italiano Vittorio Collizzi, il dottore statunitense Robert Gallo, direttore dell'Istituto di Virologia Umana e della Divisione di Scienza di Base all'Università del Maryland, Istituto di Biotecnologia di Baltimora.

La corte di Bengasi ha respinto come "controverso ed infondato" un rapporto di Montaigner e Collizzi circa il caso e ha preso in considerazione un altro rapporto di cinque medici libici, che confermava le accuse. "Noi crediamo che la Corte Penale di Bengasi abbia trascurato le esplicite prove di questi illustri medici ed abbia proceduto senza una solida conoscenza delle realtà scientifiche," si dice nella lettera.

Si afferma che dopo svariati viaggi in Libia, incluse una completa e profonda indagine dell'ospedale pediatrico "al-Fateh", Montaigner e Colizzi hanno evidenziato l’improbabilità di una deliberata iniezione da parte del personale medico accusato e hanno concluso che: "Tutte le analisi genetiche effettuate indicano chiaramente che l'infezione ospedaliera all'ospedale pediatrico di Bengasi è stata causata da un singolo sottotipo di A/G HIV-1 da un solo bambino infettato da HIV, a sua volta contagiato dalla madre per trasmissione verticale. Quest'infezione era già presente nell'ospedale di Bengasi nell'aprile 1997 (prima che arrivasse il personale medico straniero) ed era ancora in atto nel marzo 1999."

"La tesi del dottor Montaigner che l'infezione era stata causata dalle scarse condizioni mediche è supportata dal riconoscimento della comunità scientifica internazionale, che strumenti medici non sterili possono facilmente trasmettere l'HIV. L’insorgenza di simili casi é stata documentata in Egitto, Romania, e nella regione autonoma di Kalmucchia in Russia."

I firmatari definiscono l'infezione dei bambini "veramente tragica". "Tuttavia, accusando il personale medico di aver deliberatamente infettato i bambini con l'HIV, contrariamente alle prove, e condannandoli a morte, non si aiuterà a proteggere altri pazienti da un destino simile." Hanno sollecitato le autorità libiche ad accettare l'aiuto internazionale e per determinare le condizioni dall'ospedale che hanno causato il contagio ed ad assicurare che tali condizioni non esistano più in questa od in altre strutture sanitarie libiche.

Fonte: Bulgarian News Network
Traduttore: Marco Panchetti e al.

L'EUROPA FA APPELLO ALLA LIBIA PER FERMARE L'ESECUZIONE

06.07.2004

La sezione parlamentare dell'"Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa" (OSCE), un organismo di sicurezza paneuropeo, ha sollecitato ieri la Libia a non procedere con l'esecuzione di sei operatori sanitari stranieri, accusati di aver infettato dei bambini di AIDS.

In una risoluzione precedente i parlamentari OSCE, affermavano che la confessione era stata estorta agli accusati sotto tortura da parte della polizia libica e dei servizi di sicurezza, e due tra gli inquirenti, avevano ammesso di aver applicato tale coercizione.

Bruce George, presidente dell'assemblea parlamentare dei 55 membri dell'OSCE, afferma che la maggior parte delle persone è convinta che i sei (5 infermiere bulgare ed un medico palestinese) siano stati erroneamente condannati.

"Spero veramente che il colonnello Mohammar Gheddafi, il grande leader, interverrà e preverrà le esecuzioni perché, l'opinione pubblica, inclusa la categoria dei medici, afferma che non sono colpevoli" ha affermato nella capitale scozzese, Edimburgo.

"Ciò annullerebbe tutto quello che i libici hanno tentato di fare negli ultimi 12 mesi" (per ricostruire i legami con l'occidente, se le esecuzioni procedessero) , afferma George, che, inoltre, presiede la "commissione difesa" della "Camera dei Comuni" inglese o "Camera Bassa".

I sei accusati sono stati incolpati di omicidio premeditato ed infezione volontaria di circa 400 bambini libici mediante trasfusione di sangue.

Le sentenze di morte sono state emanate in maggio, due mesi dopo che il primo ministro inglese, Tony Blair, ha effettuato un viaggio in Libia per accogliere personalmente, di nuovo, Gheddafi nel consesso internazionale.

Fonte: France Presse (via Amnesty International)
Traduttore: Marco Panchetti

INFERMIERE BULGARE IN LIBIA: STRITOLATE DALLA RAGION DI STATO

19.10.2004

Lo scorso maggio cinque infermiere bulgare ed un medico palestinese sono stati condannati a morte da una corte libica. L’accusa? Aver volontariamente infettato con il virus dell’AIDS 426 bambini ricoverati presso l’ospedale dove lavoravano.

Secondo quanto ha denunciato, tra le varie organizzazioni anche Amnesty International, ai sei condannati sarebbero state strappate delle confessioni con l’uso della tortura. La stessa Amnesty ha invitato il governo libico a rivedere il processo.

Ora la Libia si sta aprendo all’occidente. L’Unione Europea nel settembre scorso ha deciso di seguire l'indicazione dello scorso anno dell'Onu, revocando le sanzioni economiche così come l'embargo degli armamenti. Negli stessi giorni gli USA hanno formalmente messo fine all'embargo commerciale alla Libia, per ricompensarla della rinuncia alle armi di distruzione di massa, ma hanno lasciato in vigore alcune sanzioni legate alle misure anti-terrorismo.
In queste settimane di aperture nei confronti dello Stato nordafricano la diplomazia bulgara ha tentato di sottolineare le gravi violazioni dei diritti umani dei bulgari imprigionati. Tutte le diplomazia europee sembrano convinte del fatto che le 5 infermiere bulgare ed il medico palestinese altro non sarebbero che capri espiatori che il regime di Gheddafi sta dando in pasto all’opinione pubblica per coprire condizioni di igiene drammatiche negli ospedali libici.
Ma la ragion di Stato e gli interessi dei singoli Stati europei nei confronti della Libia sembrano prevalere. In un recente viaggio a Tripoli il cancelliere tedesco Gerard Schroeder si è concentrato quasi esclusivamente sui rapporti economici tra i due Paesi senza nominare nemmeno il caso delle infermiere bulgare e del medico palestinese.

Non molto più attenta alla questione è stata l’Italia, tra i Paesi europei più attivi a spingere per la revoca delle sanzioni nei confronti della Libia senza condizionare questa posizione al rispetto dei diritti umani nel Paese. L’Italia è in questo periodo al fianco della Libia affinché quest’ultima si impegni maggiormente per contrastare l’immigrazione clandestina verso le coste italiane e questa è senza dubbio la priorità.

“Il processo è una questione che riguarda la magistratura” ha dichiarato recentemente al Corriere della Sera il Primo ministro libico Shukri Ghanim “e la politica non interferirà”. Il Primo ministro ha poi ribadito che il diritto è stato applicato in modo corretto e che “vi sono più di 400 bambini infettati dal virus dell’AIDS e dei quali 40 sono già morti”.

In queste settimane le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese sono sempre più soli.

Autore: Zheljko Cvijanovich
Fonte: Osservatorio sui Balcani
 

 

LIBIA: INFERMIERE BULGARE, RICHIESTE A UE PER FINE VICENDA

07.12.2004 - Bengasi

La Libia ha consegnato a un gruppo di medici europei una lettera in cui si pongono tre condizioni per archiviare il caso delle cinque infermiere bulgare condannate a morte con l'accusa di aver provocato un'epidemia di Aids in un ospedale libico. Nel maggio scorso un tribunale di Bengasi aveva condannato a morte le infermiere e un medico palestinese, dopo cinque anni di detenzione preventiva. I sei erano stati riconosciuti colpevoli in relazione al contagio da virus Hiv di 380 bambini e alla morte per Aids di altri 46 mentre prestavano servizio in un ospedale pediatrico cittadino.

“Abbiamo consegnato una lettera a una delegazione di medici dell'Unione europea con tre richieste”, ha detto oggi ai giornalisti Ramadan Fituri, presidente dell'Associazione delle famiglie dei bambini contagiati. “La prima, curare tutti i bambini colpiti in centri specializzati in Europa; la seconda, la costruzione di un ospedale specializzato nella città di Bengasi; e la terza, fornire tutte le medicine necessarie e il pagamento di indennità giuste. In cambio di tutto questo, noi lasceremo cadere la vicenda delle infermiere”, ha aggiunto. Fituri ha precisato che l'ammontare dei risarcimenti sarebbe trattabile. La Bulgaria ha contestato la sentenza della magistratura libcica - condannata peraltro dall'Ue - adducendo il parere di esperti secondo cui all'origine del dramma sarebbero state le precarie condizioni igieniche dell'ospedale di Bengasi. Oggi il segretario di stato americano Colin Powell ha dichiarato a Sofia - dove partecipava a una riunione ministeriale dell'Osce - che gli Stati Uniti continuano a insistere per la liberazione dei sei condannati.

Fonte: ANSA-AFP

LIBIA-BULGARIA: INFERMIERE AIDS, REAZIONI PRUDENTI

31.05.2005 - Sofia

La Bulgaria giudica incoraggiante ma non completamente favorevole la decisione di oggi dell'Alta Corte di Tripoli di rimandare al 15 novembre prossimo la decisione sull'appello contro la condanna a morte di cinque infermiere bulgare e di un medico palestinese accusati di aver trasmesso l'Aids con sangue infetto a 426 bimbi ricoverati in un ospedale pediatrico a Bengasi.

Una notizia incoraggiante, ha detto il presidente della Bulgaria, Georgi Parvanov, che la settimana scorsa era stato in visita ufficiale in Libia e si é incontrato con Mouammar Gheddafi. In un comunicato stampa la presidenza bulgara valuta che “rinasce la speranza di chiarire la verità sulla tragedia e dimostrare l'innocenza dei bulgari”. Il premier della Bulgaria, Simeone di Sassonia Coburgo-Gotha, consiglia di agire con molta discrezione ed in una dichiarazione alla radio nazionale bulgara ha detto che la decisione di oggi della Corte suprema della Libia “non é favorevole” alle infermiere bulgare, in quanto dovranno rimanere ancora diversi mesi in prigione.

Secondo il ministro degli Esteri, Solomon Passy, il fatto che oggi non é stata confermata la condanna a morte degli imputati dimostra che la giustizia in Libia ha cominciato a considerare in maniera più attenta gli argomenti della difesa. Le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese il 6 maggio 2004 dal tribunale di Bengasi sono stati condannati a morte per fucilazione.

Durante l'intero processo, iniziato nel 2000, gli imputati si sono sempre dichiarati innocenti denunciando di aver subito durante l'istruttoria torture e sevizie: scosse elettriche, bastonate e pestaggi mentre erano legati ai letti. Nel corso degli anni il governo bulgaro si é impegnato a fondo per aiutare la difesa dei bulgari coinvolgendo anche gli ambienti politici di diversi Paesi, in primo luogo Usa e Gran Bretagna, affinché fosse garantita trasparenza e imparzialità del processo.

Su richiesta della difesa il tribunale di Bengasi ha esaminato anche un rapporto preparato da due esperti di Aids famosi in tutto il mondo, l'italiano Vittorio Colisi e il francese Luc Montagnier. Nel loro rapporto si afferma che a causa della scarsa igiene nell'ospedale pediatrico, già negli anni 1997-1998 - ovvero quasi un anno prima che le bulgare fossero assunte - circolava un'infezione di Aids.

Fonte: ANSA

INFERMIERE BULGARE: NEGOZIARE O NO?

06.09.2005 - Sofia

Mentre le cinque infermiere condannate a morte con l'accusa di aver deliberatamente infettato 400 bambini di sangue infetto del virus HIV aspettano la sentenza dell'appello, in patria l'opinione pubblica è divisa su come il nuovo governo guidato dai socialisti dovrebbe gestire la crisi.

Alcuni affermano che il governo dovrebbe prendere in considerazione le richieste della Libia di compensazioni pagate alle famiglie delle vittime, dato che altri sforzi si sono rivelati sino ad ora inutili.

Altri invece sottolineano che eventuali negoziazioni con i genitori dei bambini ammalatisi di AIDS sono impossibili dato che questi ultimi non hanno una rappresentanza unitaria, alcuni sarebbero pronti a negoziare mentre altri continuano ad insistere affinché le donne vengano giustiziate.

Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Snezhana Dimitrova, Valentina Siropulo e Valya Chervenyashka sono state condannate a morte nel maggio del 2004 in seguito ad un epidemia di AIDS scatenatasi a Benghazi, città della Libia orientale. Un altro bulgaro, il medico Zdravko Georgiev, è stato condannato a quattro anni di carcere e poi rilasciato anche se è impossibilitato a lasciare il Paese. Attualmente vive presso l'Ambasciata bulgara di Tripoli.

Esperti internazionali hanno portato la loro testimonianza durante il processo sostenendo che le infezioni sono state causate da scarse condizioni d'igiene presso l'ospedale e che in ogni caso si erano propagate prima dell'arrivo dell'equipe medica bulgara. Circa 50 pazienti sono sino ad ora morti, e questo ha scatenato la rabbia in Libia. I giudici libici hanno fatto propria la posizione del governo che ha fin dall'inizio affermato che le infermiere ed il medico bulgaro stavano complottando contro lo stato libico sotto la guida della CIA e dei servizi segreti israeliani, il Mossad.

Sulla questione sono intervenuti anche Stati Uniti ed Unione europea con propri appelli che però non hanno ad ora dato alcun risultato, anche se fonti diplomatiche bulgare assicurano che i contatti continuano in vista della seduta del prossimo 15 novembre della Corte suprema. Gli analisti affermano che se la Corte suprema confermasse la sentenza potrebbe allora essere impossibile salvare le infermiere.

La Libia però è senza dubbio interessata a superare il suo isolamento internazionale e porre termine ad un processo che si trascina oramai da più di sei anni ed ha quindi insistito sul tema delle compensazioni fin dal primo giorno di lavoro del nuovo governo in Bulgaria.

Il ministro degli esteri Ivailo Kalfin però ha rifiutato il pagamento definendolo "danaro insanguinato", confermando in questo modo la posizione del suo predecessore che temeva che l'accettazione di compensazioni sarebbe stato una implicita ammissione della colpa. Ha inoltre argomentato che anche nel caso si riuscisse ad arrivare ad un accordo con i parenti delle vittime questo non sarebbe garanzia del rilascio delle infermiere. Vladimir Chukov, esperto del mondo arabo che ha seguito da vicino la vicenda, ritiene invece che il governo stia commettendo un errore.

Ha infatti affermato che la Bulgaria dovrebbe negoziare con i parenti e non perdere tempo nel cercare di dimostrare l'innocenza delle infermiere. Affidarsi al sistema giudiziario bulgaro o alla comunità internazionale – con le sue numerose e diverse priorità – sarebbe a suo avviso un errore, afferma Chukov aggiungendo poi che la relazione speciale che esiste tra i socialisti bulgari ed il governo libico non sarà comunque d'aiuto.

Un'eventuale negoziazione aumenterebbe a suo avviso la possibilità che alle infermiere venga inflitta una pena minore e potenzialmente possano essere trasferite in un carcere bulgaro.

Mirolyuba Benatova, giornalista di bTV, ha un'opinione del tutto contraria. A suo avviso infatti anche se la Bulgaria decidesse di negoziare non è chiaro con chi lo dovrebbe fare dato che i genitori delle vittime sono divisi in merito a cosa vogliono. Chi è coinvolto nella questione è lo stato libico e non i genitori delle vittime, opinione condivisa anche da Zdravko Georgiev.

"Queste persone [i genitori] non hanno mai ritenuto noi fossimo colpevoli. Per anni è venuta gente a trovare le infermiere per dare loro supporto. Vi sono rappresentanti dello stato che li stanno indottrinando" ha affermato in un'intervista a Balkan Crisis Report, BCR.

"Il mondo intero sa che siamo innocenti, e questa è la cosa che conta di più per me".

Chukov ritiene che le cittadine bulgare sono in una situazione molto pericolosa. "Gheddafi non farà mai un passo indietro" ha affermato "è fiero della giustizia libica ed è convinto sia la migliore possibile, è una questione di orgoglio nazionale".

Autore: Albena Shkodorova
Fonte: IWPR - Osservatorio sui Balcani
 

 

LIBIA: RINVIO APPELLO PER PENA MORTE INFERMIERE BULGARE

15.11.2005

La corte suprema di Tripoli prende tempo e rinvia al 31 gennaio la scottante decisione sulla sorte delle cinque infermiere e del medico palestinese condannati a morte nel maggio del 2004 con l'accusa di aver contagiato volontariamente con il virus dell'aids 426 bambini, una cinquantina dei quali morti a causa delle trasfusioni infette, dell'ospedale pediatrico di Bengasi (Nord Libia). Dopo una breve seduta il presidente della corte, il giudice Ali al-Alous, ha annunciato il rinvio, chiesto dal procuratore generale, della decisione sulla ricevibilità del ricorso in appello presentato dalla difesa.

“È una decisione senza precedenti che prova la solidità delle prove fornite dalla difesa”, ha affermato Othmane al-Bizanthi, uno degli avvocati delle infermiere bulgare. “Il procuratore generale ha tenuto conto degli argomenti della difesa secondo cui le testimonianze erano state estorte sotto tortura”, ha aggiunto Amin Dibh, un altro legale della difesa. Proprio alla vigilia dell'attesa sentenza l'associazione per i diritti umani, Human Rights Watch (HRW) aveva rivolto un appello alle autorità giudiziarie libiche perché annullassero la condanna alla pena capitale ricordando che quattro dei sei imputati hanno dichiarato di essere stati costretti a confessare sotto tortura.

Il ricorso in appello si basa principalmente sulle testimonianze giurate di Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus dell'aids, e del professore italiano Vittorio Colizzi che hanno indicato come i contagi di Aids siano esplosa prima dell'arrivo delle infermiere a causa delle scarse condizioni igieniche dell'ospedale. E mentre centinaia di famigliari dei bambini hanno manifestato la loro rabbia per la decisione della corte lanciando pietre contro il tribunale al grido di “Morte agli assassini”, “impiccateli”, “la vita dei nostri bambini vale di più di quella di un bulgaro”, le autorità di Sofia esprimono la loro preoccupazione per l'ulteriore prolungamento della detenzione delle infermiere, in carcere dal 1999.

“Siamo estremamente preoccupati, sono allo stremo delle loro forze psichiche e fisiche”, ha dichiarato il portavoce del ministero bulgaro degli affari esteri, Dimitar Tsantchev sottolineando ancora una volta il netto rifiuto della Bulgaria ad un risarcimento delle famiglie invocato dalla Libia per commutare la pena. “Le infermiere bulgare sono innocenti, accettare di pagare un indennizzo equivarrebbe ad un'ammissione della loro colpevolezza e ciò é inconcepibile”, ha aggiunto.

Soddisfazione anche della commissaria europea alle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner che in un comunicato ha espresso fiducia nel sistema giudiziario libico “perché giustizia sia fatta” definendo “un passo utile” il rinvio deciso dalla Corte Suprema, che riapre le speranze sul caso che rischia di intaccare pesantemente l'immagine della Libia alla ricerca di una nuova affermazione sulla scena internazionale da quando il colonnello Muammar Gheddafi ha annunciato l'abbandono delle armi di distruzione di massa.

A Bruxelles le voci che parlano della possibilità di una moratoria sull'applicazione della pena capitale nel paese maghrebino, ventilata nei mesi scorsi dallo stesso Gheddafi, sono accolte con favore, mentre si intravedono possibilità di nuove trattative tra le autorità bulgare e la Libia. Nel quadro del piano anti-aids dell'Unione Europea, una ONG bulgara ha già acquistato in settembre materiale medico per l'ospedale di Bengasi per un valore di un milione di euro, secondo quanto dichiarato ieri dal Ministro bulgaro degli affari esteri Ivailo Kalfin.

Fonte: ANSA
 

 

LIBIA: INFERMIERE, PARLAMENTO BULGARO APPROVA DICHIARAZIONE

16.11.2005 - Sofia

Il Parlamento bulgaro ha approvato oggi a Sofia una dichiarazione in merito alla decisione della corte suprema di Tripoli di rinviare al 31 gennaio prossimo la decisione sulla sorte delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese condannati a morte nel maggio del 2004 con l'accusa di aver contagiato volontariamente con il virus dell'Aids 426 bambini libici nell'ospedale pediatrico di Bengasi.

“È fuori discussione che la tragedia dei bambini libici é stata causata dai profondi problemi nella sanità pubblica in Libia e che le infermiere bulgare sono completamente innocenti”, si legge nella dichiarazione. I deputati bulgari si sono rivolti a tutte le istituzioni statali e alle organizzazioni non governative affinché tutti “raddoppino gli sforzi per far garantire i diritti umani, la libertà e la dignità delle infermiere bulgare”.

Fonte: ANSA

LIBIA: INFERMIERE BULGARE, SOFIA SPERA IN POSSIBILE ACCORDO

29.11.2005 - Sofia

I giornali di Sofia danno oggi grande risalto alle dichiarazioni del ministro degli esteri della Libia, Abderrahman Chalgham, riguardo ad un possibile annullamento della condanna a morte per diffusione dell'Aids di cinque infermiere bulgare e un medico palestinese in cambio con aiuti umanitari. “Le condanne a morte delle cinque infermiere bulgare potrebbero automaticamente essere levate in cambio di un aiuto umanitario alle famiglie dei bambini infettati dall'Aids”, ha detto Chalgham ai giornalisti dopo i colloqui con il suo omologo bulgaro, Ivailo Kalfin, nell'ambito del summit Euromed a Barcellona.

Il 15 novembre scorso la corte suprema di Tripoli ha rinviato al 31 gennaio 2006 la scottante decisione sulla sorte delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese condannati a morte nel maggio del 2004, con l'accusa di aver contagiato volontariamente con il virus dell'Aids 426 bambini, una cinquantina dei quali già morti a causa delle trasfusioni infette dell'ospedale pediatrico di Bengasi.

Il ministro degli esteri libico ha precisato che il suo paese si aspetta “un gesto umanitario” da parte di Sofia, anche se l'ultima parola sulla sorte delle bulgare “spetterà alla Corte suprema”. Le autorità bulgare hanno sempre respinto la possibilità di compensazioni per liberare le infermiere perché un tale passo equivarrebbe a riconoscere la loro colpevolezza.

Il ricorso in appello si basa infatti principalmente sulle testimonianze giurate di Luc Montagnier, uno degli scienziati che scoprì il virus dell'Aids, e del professore italiano Vittorio Colizzi che hanno ricordato come i contagi di Aids siano esplosi quasi un anno prima dell'arrivo delle infermiere bulgare nel 1999, a causa delle scarse condizioni igieniche dell'ospedale. Inoltre, durante l'intero processo iniziato nel 2000, le imputate bulgare si sono sempre dichiarate innocenti, denunciando di aver subito torture per confessare di essere colpevoli.

Nel corso degli anni le autorità bulgare si sono impegnate a fondo per aiutare la difesa delle infermiere coinvolgendo anche gli ambienti politici di diversi Paesi, in primo luogo Usa e Gran Bretagna, affinché fosse garantita trasparenza e imparzialità del processo.

Fonte: ANSA

LIBIA: TANA DE ZULUETA CHIEDE CHE IL GOVERNO ITALIANO FERMI LA MODERNA “CACCIA ALLE STREGHE”

02.12.2005 - Roma

"Quali misure intende adottare il governo italiano, anche in virtù delle sue relazioni con il governo di Tripoli, per fermare “la caccia alle streghe”, in atto in Libia, nei confronti delle cinque infermiere bulgare, condannate a morte con l'accusa di aver infettato deliberatamente 426 bambini con il virus de HIV?". E' quanto chiede la senatrice dei Verdi in un'interrogazione, indirizzata al ministro degli Esteri, in merito alla vicenda delle infermiere arrestate il 9 febbraio 1999, condannate a morte nel 2004 e sottoposte, ancora oggi, a causa di un diffuso pregiudizio popolare, a numerosi maltrattamenti e a forme di tortura, come ad esempio scariche di elettroshock .

"La condanna alla pena capitale - spiega l'esponente del “Sole che ride” - non è suffragata da alcuna prova di colpevolezza, ma solo dalla propaganda della leadership politica e dai mezzi di informazione libici che hanno fatto delle infermiere il capro espiatorio dei numerosi casi di sieropositività riscontrata su bambini ricoverati nelle fatiscenti strutture sanitarie nazionali.

Varie ricerche mediche internazionali effettuate presso l'ospedale Al-Fateh di Benghazi, in Libia, hanno portato all'unanime denuncia delle pessime condizioni in cui vengono eseguite le normali attività sanitarie come, ad esempio, l’utilizzo degli stessi ferri operatori per diversi pazienti, senza l'opportuna sterilizzazione.

Il caso - sottolinea la senatrice - ha provocato tensioni nelle relazioni diplomatiche tra la Bulgaria e la comunità internazionale, da una parte, e la Libia dall’altra, accentuate dalla richiesta libica di un risarcimento economico di 10 milioni di dollari in favore delle famiglie di ogni bambino infettato nell’ospedale di Benghazi in cambio della liberazione dei condannati. “Richiesta di riscatto” rifiutata dal governo bulgaro.

Inoltre, il processo a cui sono stati sottoposti gli indagati è stato condannato sia da Ong e associazioni umanitarie, che da Unione Europea e Stati. Lo stesso Presidente George W. Bush ha dichiarato ufficialmente alle autorità libiche che “le infermiere non devono solo essere risparmiate, ma liberate quanto prima.

In particolare, - conclude la senatrice De Zulueta - chiedo al governo italiano la piena attuazione della raccomandazione dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) n.1726 del 6 ottobre 2005, che chiede l’immediato rilascio dei condannati, il rispetto dei diritti umani da parte delle autorità libiche e il più ampio coinvolgimento delle istituzioni internazionali e nazionali".

Fonte: ecquologia.it

PROSEGUE LA MOBILITAZIONE PER SALVARE LA VITA ALLE INFERMIERE BULGARE IN LIBIA

03.12.2005 - Reggio Emilia

Il 30 novembre scorso è stata celebrata la IV giornata mondiale delle “Città contro la pena di morte”, promossa in Italia nel 2002 dalla Comunità di Sant’Egidio. Hanno aderito circa 400 città in tutto il mondo, fra cui anche Reggio Emilia, dove era presente il portavoce dell’associazione Insieme contro la pena di morte (ECPM), Michel Taube.

L’ECPM è un’associazione francese nata nel 2000 che partecipa attivamente nella lotta per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Una delle iniziative che ECPM sta promuovendo in questo momento è la sensibilizzazione dell’opinione pubblica europea sul tema delle infermiere bulgare e del medico palestinese condannati a morte in Libia.

La sala Tricolore ha ospitato l’iniziativa, che ha visto l’adesione di 50 associazioni locali. Si sono susseguiti gli interventi dell’Assessore alla Cultura G. Catellani, le letture di Amanda Sandrelli e la proiezione del film “Non vale la pena. La ballata della morte” (2002, con Arnoldo Foà).

L’intervento principale della serata è stato quello di Michel Taube che ha detto che la battaglia contro la pena di morte è una battaglia giovane, che si è estesa a livello internazionale da non più di 6-7 anni e nella quale gli italiani sono fra i più attivi al mondo. Un fatto curioso è che il primo stato che ha abolito la pena di morte è stata il Granducato di Toscana il 30 novembre 1797, da cui la scelta della data del 30 novembre quale giornata mondiale contro la pena di morte. In Italia la pena di morte è stata abolita nel 1945 assieme ad altri 17 paesi mentre in Francia si è dovuto aspettare fino al 1981, quando François Mitterand venne eletto presidente. Attualmente sono 98 gli stati al mondo che hanno abolito la pena di morte.

Il numero delle condanne e delle esecuzioni tendono a diminuire. I paesi dove maggiormente si ricorre a questo strumento barbarico sono Cina, Iran, Vietnam e USA, dove la pena capitale è stata reintrodotta circa 30 anni fa. Ci sono per esempio 8 paesi che prevedono ancora la pena capitale per il reato di omosessualità e circa due settimane fa in Iran è stata eseguita la condanna su due omosessuali.

Altre vittime predilette sono le donne: sempre in Iran il reato di adulterio prevede le bastonate per gli uomini e la pena capitale per le donne. Esistono ancora paesi africani e asiatici dove vengono condannati a morte malati di mente e minorenni, mentre solo nel marzo di quest’anno la Corte Suprema statunitense ha dichiarato incostituzionale la pena di morte per i reati commessi in stato di minore età. Senza dubbio, secondo Taube, a questa decisione ha contribuito la pressione dell’opinione pubblica statunitense e mondiale. Quindi ciascuno di noi può contribuire a questa battaglia. Ne è la prova anche l’abbattimento del regime di Apartheid in Sud Africa.

Una notizia preoccupante invece proviene dalla Polonia, uno dei paesi di recente adesione alla UE il cui Parlamento ha rigettato nel dicembre 2004 un progetto che prevedeva la reintroduzione della pena capitale con soli 3 voti di scarto. La lotta è quindi tutt’altro che completata.

Che cosa può fare la città di Reggio Emilia? Michel Taube si è congratulato con la scelta del Comune di gemellarsi 4 anni fa con la città texana di Fort Worth, stato dove è prevista la pena di morte. Secondo il portavoce di ECPM è meglio dare un sostegno degli abolizionisti texani affinché non rimangono isolati nel proprio paese piuttosto che boicottare il Texas come invece propongono alcuni strati della popolazione reggiana. Sono previsti scambi fra le scuole superiori reggiane e texane. “Se anche un solo studente tornasse a casa (negli USA) con l’idea di combattere la pena di morte, sarebbe un successo” - ha detto Michel Taube.

Un caso concreto su cui lavora ECPM insieme all’Associazione Bulgaria-Italia è la sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana sul caso delle 5 infermiere bulgare e il medico palestinese condannati a morte in Libia. ECPM ha lanciato un appello in Francia e ha organizzato una manifestazione a Parigi e a Bruxelles il 14 novembre, la data del processo di appello che è stata rinviata al 31 gennaio.

ECPM si sta muovendo in diversi paesi per organizzare una mobilitazione in tutta l’Europa che prevede 3 fasi:
- la sottoscrizione del loro appello per la liberazione delle infermiere direttamente sul loro sito (L’associazione Bulgaria-Italia ha già tradotto l’appello ed e nei prossimi giorni sarà inserito un link sul sito www.bulgaria-italia.com che rinvii direttamente alla pagina dell’associazione francese. Al momento sono state raccolte più di 22.000 firme)
- una giornata di solidarietà negli ospedali, Facoltà di medicina, Scuole per infermiere e tutti i luoghi legati alla Sanità il 19 gennaio 2006 in contemporanea in tutti i paesi dove la mobilitazione viene organizzata: Francia, Bulgaria, Belgio, Italia. Sono previsti 5 minuti di raccolta alle ore 12 e lettura dell’appello per la liberazione delle infermiere, nonché la raccolta di firme.
- il 30 gennaio la petizione firmata verrà consegnata all’Ambasciata libica a Parigi dall’associazione ECPM.

L’associazione Bulgaria-Italia spera che il Comune di Reggio Emilia prenda a cuore il caso delle infermiere bulgare e dia tutta la collaborazione necessaria affinché venga organizzata la mobilitazione in Italia. Al momento all’organizzazione lavorano ECPM stessa, Avvocati senza frontiere, sezione Parigi, Osservatorio marocchino delle prigioni e la Regione Bassa Normandia. In Italia il ruolo è stato attribuito all’Associazione Bulgaria-Italia.

Autore: Milena Kotseva [Associazione Bulgaria-Italia]

LIBIA: INFERMIERE BULGARE, IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

08.12.2005

Dopo quasi sette anni di prigione, torture e violenze, le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese condannati a morte nel maggio del 2004, aspettano la decisione finale della corte suprema di Tripoli. Un’attesa straziante, che coinvolge le loro famiglie, colleghi e connazionali, associazioni e istituzioni mondiali come l’Amnesty International e l’Onu. Il 31 gennaio 2006 è la data in cui si dovrà conoscere la sorte dei detenuti accusati di aver infettato premeditatamente con il virus dell’Hiv oltre 400 bambini libici. In più di un modo è stata dimostrata la loro innocenza, ma l’autorità libica finora non ha preso in considerazione i dati forniti dalla controparte.

Da molti anni professionisti della Bulgaria si recano in Libia, priva di sufficiente personale medico-sanitario. Gli stipendi sono molto più alti di quelli percepiti in gran parte dei paesi dell’Est. Durante i mandati, di solito biennali, è possibile guadagnare quasi interamente la somma necessaria per acquistare un appartamento in Bulgaria.

Il 9 febbraio 1999 a Bengasi vengono arrestati 23 cittadini bulgari. Infermieri e medici arrivati nel paese africano per motivi di lavoro. 17 vengono liberati non molto tempo dopo, ma per sei persone inizia un incubo destinato a durare.

Gli sfortunati sono il medico Zdravko Georgiev e le infermiere Cristiana Balcheva, Nasia Nenova, Valentina Siropulo, Valia Cherveniashka e Snezhana Dimitrova. Zdravko Georgiev è stato condannato a quattro anni di reclusione, pena per aver violato le norme valutarie del paese. Il medico ha trascorso cinque anni in prigione ed è stato liberato, ma non gli è tuttora consentito di lasciare lo stato. Secondo le autorità libiche le infermiere sono invece tutte colpevoli di aver infettato 426 bambini dell’ospedale pediatrico di Bengasi, circa cinquanta dei quali sono già morti. In Libia questo è un reato punibile con la pena capitale.

Sui motivi che starebbero dietro al cruente gesto, i libici hanno sostenuto diverse ipotesi, tutte caratterizzate dal medesimo filo conduttore: un complotto contro il popolo libico. Durante la conferenza mondiale sull’Aids dell’aprile 2001 è il leader Muammar Gheddafi a spiegare quale sarebbe stato il diabolico movente delle cinque infermiere. “E’ stato chiesto loro di sperimentare gli effetti dell’Hiv sui bambini. E chi li ha incaricati di questo odioso compito? Alcuni dicono la Cia. Altri dicono il Mossad” (il servizio segreto israeliano).

Il processo ha inizio in modo più concreto solo il 2 giugno del 2001. L’accusa si basa su confessioni di colpevolezza ottenute sotto tortura, smentite in seguito dagli stessi detenuti. Si è parlato di contenitori con campioni di siero infetto trovati nelle abitazioni dei prigionieri, ma questi non sono mai stati messi a disposizione per un esame da parte della difesa. Come se non bastasse, fanno da contorno imputazioni meno gravi che vedono alcune delle donne colpevoli di relazioni sessuali illecite, di produzione e consumo in pubblico di alcool.

In occasione dell’udienza di luglio 2004, 20 giorni prima dell’incontro in aula, il governo libico fornisce alla difesa 218 pagine in lingua araba di motivazioni per la condanna. Ciò nonostante il 5 luglio gli avvocati sono pronti a sostenere e motivare l’innocenza delle proprie clienti. Le prove sono fornite dalle testimonianze di Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus dell’Aids, e quelle del virologo italiano Vittorio Coalizzi. I due scienziati, incaricati dall’Unesco, esaminano il caso recandosi all’ospedale Al-Fatih di Bengasi nel 2002. Viene eseguito un esame genetico del virus, mettendo a confronto il sangue conservato di bambini infettati in anni diversi: nel 1997, nel 1998, nel 1999 e nel periodo successivo all’arrivo delle infermiere nell’ospedale di Bengasi. Le indagini dimostrano che i primi casi di infezione risalgono al 1996 - 1997, cioè molto prima che i processati giungessero in Libia. Il virus ha le medesime caratteristiche in ogni campione esaminato, caratteristiche tra l’altro tipiche dell’Africa centrale e occidentale. Non può essere stato importato da altre aree geografiche come sostengono invece le autorità libiche. Le cause del propagarsi dell’epidemia sono da ricercarsi, secondo i due scienziati, nelle scarse condizioni igieniche dell’ospedale. La relazione da loro stilata avrebbe dovuto sopprimere i sospetti che hanno trasformato la vicenda in una cospirazione, ma di queste prove finora i giudici libici non hanno tenuto conto. Anche altri scienziati hanno dato il loro contributo per la soluzione della delicata vicenda.

Dopo numerosi rinvii del processo, la corte di Tripoli delibera la sentenza: le infermiere saranno fucilate. Per fortuna questo non accade nella data prestabilita e ancora una volta si attende con il fiato sospeso la decisione finale, che forse arriverà il 31 gennaio 2006.
La Libia ha cercato di risolvere la questione negoziando. In cambio dei sei prigionieri ha inizialmente voluto il rilascio dell’ufficiale libico condannato per l’attentato all’aereo americano Lockerbie. Poi ha deciso di chiedere il risarcimento da parte della Bulgaria per le famiglie dei bambini rimasti vittime dell’epidemia. Il governo bulgaro ha rifiutato ogni forma di baratto. “Le infermiere sono innocenti, - ha dichiarato il portavoce del ministro bulgaro degli affari esteri, Dimitar Tsantchev – accettare di pagare un indennizzo sarebbe come ammettere la loro colpevolezza e questo è inconcepibile”.

L’eventuale esecuzione della condanna a morte rischia di compromettere fortemente l’immagine della Libia, che è alla ricerca di una migliore posizione sulla scena internazionale. Con l’abbandono delle armi di distruzione di massa e l’ammissione delle responsabilità per l’attentato di Lockerbie si è avviato un processo di avvicinamento della Libia all’Europa. L’esito dell’attuale vicenda avrebbe il potere di accorciare le distanze o di creare un divario insuperabile.

Il Governo libico deve fare i conti anche con i famigliari dei bambini che hanno manifestato la loro rabbia contro il rinvio al 2006 della fatidica decisione della corte. Hanno lanciato pietre contro il tribunale gridando “morte agli assassini”, “impiccateli”, “la vita dei nostri bambini vale più di quella di un bulgaro”. Di tali reazioni sono in gran parte responsabili i media libici che da ormai troppo tempo sono strumento di divulgazione dell’odio contro gli ipotetici assassini dei bambini sieropositivi di Bengasi. Diversa la posizione del figlio di Gheddafi, Seif Al Islam: “Le autorità libiche devono ammettere la propria responsabilità relativamente al dilagare dell’epidemia. Io personalmente non credo nella colpevolezza delle infermiere”.

Numerosissimi sono stati gli appelli, in ogni parte del mondo, di liberare lo staff medico arrestato. A Parigi si è tenuto un meeting per sollecitare l’annullamento delle condanne a morte. A capo dell’iniziativa ci sono le associazioni “Avvocati senza frontiere”, “Insieme contro la pena di morte”, nonché l’associazione degli studenti bulgari che abitano in Francia. Si raccolgono firme per la liberazione dei condannati. Ad oggi il numero delle persone che hanno firmato è superiore a 22.000. Nei giorni a ridosso della data in cui la Corte di Tripoli avrebbe dovuto pronunciarsi, nelle chiese e negli ospedali della Bulgaria sono state tantissime le azioni a sostegno delle infermiere rinchiuse. Non sono mancati mobilitazioni e appelli da parte dei governi di diversi stati, primo tra tutti l’America. Le speranze sono che una forte mobilitazione internazionale possa portare a una giusta decisione il prossimo 31 gennaio.

Nel frattempo l’Unione Europea, che segue con attenzione la vicenda, ha attivato il piano d’azione per gli aiuti umanitari. L’ospedale di Bengasi è stato munito di personale, apparecchiature moderne, medicinali e strumenti necessari per curare i malati di Aids.

Autore: Antonia Ilinova

LIBIA: PROCESSO DA RIFARE ALLE INFERMIERE BULGARE ACCUSATE DI AVER DIFFUSO L'HIV

25.12.2005

Sofia e Bruxelles non nascondono la loro soddisfazione. La decisione della Corte suprema libica di rifare il processo al medico palestinese e alle cinque infermiere bulgare condannate a morte nel maggio 2004 con l'accusa di aver iniettato il virus dell'Aids a 426 bambini libici potrebbe preludere ad una imminente conclusione della vicenda che ha mobilitato per mesi la comunità internazionale.

All'apertura dei giudici libici avrebbe contribuito una telefonata del presidente di turno dell'Unione europea Blair al leader libico Gheddafi e l'accordo per la creazione di un fondo internazionale destinato ai bambini malati e alle famiglie delle vittime. Tra i parenti dei piccoli contaminati c'è pero chi grida allo scandalo.

La decisione di rifare il processo alle infermiere e al medico palestinese viene vissuta come un cedimento alle pressioni operate da Stati Uniti e Unione Europea. Bruxelles da mesi si spende in un difficile ruolo di mediazione cercando di blandire Tripoli impegnata a rifarsi una legittimità internazionale dopo gli anni bui in cui Gheddafi veniva identificato, da Washington in particolare, come uno dei leader dei cosiddetti Stati canaglia.

L'avvocato dei sei accusati ha annunciato che già il mese prossimo richiederà la liberazione dei propri assistiti.

Fonte: Euronews

 

 

BULGARIA-LIBIA: CITTADINO BULGARO RIVELA TORTURE A 5 INFERMIERE

17.05.2006

Un cittadino bulgaro, detenuto in Libia assieme alle cinque infermiere bulgare e il medico palestinese condannati per aver trasfuso sangue infetto a circa 400 bambini in un ospedale pediatrico, afferma di essere stato testimone di torture inflitte alle sue connazionali.

"Le infermiere sono state picchiate a lungo con un grosso cavo. In seguito, sono state obbligate a correre, a strisciare e a rimanere in piedi su una gamba con le braccia alzate", ha dichiarato Smilian Tatchev in un'intervista a "Troud", il maggiore quotidiano del paese. Tatchev dice di aver trascorso 174 giorni nello stesso carcere delle infermiere bulgare e che una di loro gli ha raccontato di aver ricevuto degli elettrochoc e di essere stata nutrita tramite una sonda collegata a una sedia. "Ad un'altra, incapace di nutrirsi autonomamente, prendono delle crisi fortissime ogni volta che la porta della sua cellula si richiude", ha rivelato ancora Tatchev.

Le cinque infermiere bulgare sono state condannate in prima istanza alla pena capitale nel maggio del 2004 insieme al medico palestinese per la morte di 51 bambini: secondo l'accusa avrebbero trasfuso sangue infetto ad almeno 426 pazienti di un ospedale infantile. La Corte Suprema di Tripoli si è già pronunciata contro la sentenza: ora si attende il processo di appello che dovrebbe aprirsi l'11 maggio prossimo a Tripoli. A favore della grazia si è espressa anche l'Unione Europea, che insieme a Stati Uniti, Gran Bretagna e Bulgaria ha aderito a un fondo internazionale per la lotta all'aids in Libia.

Fonte: AGE

LIBIA: PROCESSO AIDS, BULGARI RIPETONO “SIAMO INNOCENTI”

20.06.2006 - Tripoli

Continuano a proclamare la loro innocenza le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese accusati dalla Libia di aver contagiato volontariamente con il virus dell'Aids 426 bambini dell'ospedale pediatrico di Bengasi (Nord Libia), 52 dei quali sono morti e altri 50 si trovano in gravi condizioni. Lo ha fatto a nome di tutti gli imputati, Ashraf Ahmad Jum'a, il medico palestinese, che ha chiesto la parola nel corso dell'udienza di oggi, la terza del nuovo processo ordinato il 25 dicembre dalla Corte suprema annullando in pratica la condanna a morte che pesava sui sei imputati dal 6 maggio 2004. Il medico ha affermato nuovamente di essere stato torturato in una caserma di polizia dove era presente un'unità cinofila, ma é stato immediatamente bloccato dal presidente del tribunale. La difesa ha sempre sostenuto che gli imputati, in carcere dal 1999, hanno confessato sotto tortura ma i poliziotti accusati sono stati processati e assolti.

L'udienza di oggi, aggiornata al 4 luglio, é stata incentrata sulla richiesta della difesa di nominare una commissione di esperti internazionale per valutare le reali condizioni dell'ospedale di Bengasi, vera causa del contagio secondo le testimonianze giurate del professore francese Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus dell'aids, e dell'italiano Vittorio Colizzi, presentate da tempo dagli avvocati degli imputati. Il pubblico ministero ha respinto tale richiesta affermando che “una commissione nazionale é assolutamente all'altezza”. Uno degli avvocati della difesa, Othmane al Bizanti, ha contestato la presenza nella commissione libica di un membro di quello stesso ministero della sanità responsabile della situazione igienico-sanitaria degli ospedali libici.

Le famiglie libiche reclamano un risarcimento di 10 milioni di dollari per ogni bambino contagiato, stessa cifra pagata dalle autorità libiche per le vittime dell'attentato di Lockerbie di cui Tripoli si é assunto la responsabilità dando al via a quel miglioramento dei rapporti internazionali, in particolare con gli Stati Uniti, che ha portato al recente annuncio di Washington ad un ritorno a “piene” e “normali” relazioni diplomatiche con la Libia. L'ipotesi di un risarcimento é stata respinta ufficialmente dalle autorità di Sofia, visto come un'ammissione di colpevolezza delle infermiere, ma un fondo internazionale destinato ad aiutare la Libia nella lotta all'Aids é stato costituito in dicembre dalla Bulgaria, in partenariato con l'Unione Europea, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

Autore: Antonella Tarquini
Fonte: ANSA
 

 

IL PM LIBICO: "PENA DI MORTE PER LE 5 INFERMIERE BULGARE"

30.08.2006 - Tripoli

Il pubblico ministero del tribunale di Bengasi ha chiesto ieri la pena di morte per le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese nel nuovo processo in cui sono accusati di aver infettato con il virus 426 bambini libici, 51 dei quali sono morti.

«Le prove ci sono e dopo la confessione degli imputati e le dichiarazioni dei testimoni - ha affermato il pm - chiedo la pena estrema, la pena capitale». Le infermiere e il medico erano già stati condannati a morte nel maggio 2004 in un primo processo del quale era stata però ordinata la ripetizione nel dicembre scorso in seguito al ricorso degli imputati e alle pressioni della Bulgaria e della comunità internazionale.

«La verità trionferà, Inch'allah», ha urlato dalla gabbia il medico palestinese prima di essere portato via. «Spero - ha detto una delle infermiere - che questa farsa finisca presto, non ce la facciamo più».

Il processo d'appello è stato aggiornato al 5 settembre prossimo (ndr).

Fonte: Il Giornale
 

 

AIDS, APPELLI ALLA LIBIA PER LIBERARE I PRIGIONIERI

30.10.2006

Rilasciateli, perché sono innocenti. L'appello, firmato tra gli altri da Robert Gallo e Luc Montagnier, è stato pubblicato venerdì scorso sulla rivista americana Science. Gli innocenti sono cinque infermiere bulgare e un medico palestinese da otto anni in carcere in Libia, accusati di aver deliberatamente infettato con il virus Hiv dell'Aids oltre 400 bambini presso l'ospedale Al-Fateh di Bengasi. Il secondo e ultimo processo si conclude domani, 31 ottobre. Il verdetto verrà emanato nel giro di qualche giorno o di qualche settimana. E potrebbe essere di morte. Per questo la New York Academy of Science, la Federazione europea delle accademie di medicina, le riviste Nature e Science, e una costellazione di gruppi e singole persone in tutto il mondo si sono mobilitate: liberateli, perché sono innocenti. Ma perché i sei sono finiti in carcere? E perché la comunità scientifica e medica internazionale è convinta della loro innocenza?

Tutto inizia nel 1998, quando a Bengasi, presso l'ospedale Al-Fateh, viene denunciata la presenza di un numero davvero eccessivo di bambini infetti da Hiv. Un'indagine libica, condotta tra il 2000 e il 2001, ne conta oltre 400. I sospetti cadono su cinque infermiere bulgare e un medico palestinese reclutate dal governo per aiutare la sanità del paese: avrebbero deliberatamente infettato i ragazzi. È lo stesso leader libico, Gheddafi, ad accusarli, con un discorso tenuto al vertice sull'Aids che si tiene ad Abuja in Nigeria: i sei farebbero parte di una cospirazione internazionale volta a destabilizzare la Libia. Condotti davanti al giudice, vengono condannati a morte nel maggio 2004 dal tribunale di Bengasi sulla base di un rapporto stilato da una commissione sanitaria. Ma la vicenda è tutt'altro che chiara. Tanto che nel dicembre 2005 la Suprema Corte della Libia ordina la ripetizione del processo, anche se a giudicare sarà il medesimo tribunale penale che ha stabilito la prima condanna. Un tribunale che ha ordinato anche un'inchiesta intemazionale, affidandola al francese Luc Montagnier e all'italiano Vittorio Colizzi. Ma non ha mai preso in esame i risultati di questa indagine.

Mentre proprio nelle scorse settimane la rivista Nature è entrata in possesso del rapporto dei medici libici. È sulla base di questi due rapporti che, nella comunità internazionale, è maturata la convinzione che i sei accusati sono del tutto innocenti. O, comunque, che contro di loro non c'è alcuna prova.

Il rapporto dei medici libici, che è la fonte tecnica su cui si è fondata la condanna degli imputati, a detta degli esperti che lo hanno letto, risulta del tutto lacunoso. Mentre il rapporto di Vittorio Colizzi è stato giudicato molto accurato da diversi e autorevoli specialisti in tutto il mondo. I risultati dell'indagine del ricercatore italiano, come rileva Nature, sono inequivocabili.

In primo luogo l'epidemia di Aids tra i bambini dell'ospedale Al-Fateh di Bengasi è iniziata nel 1997 (il primo caso è addirittura antecedente al 1996): prima che il medico palestinese e le cinque infermiere bulgare entrassero in Libia. Il virus che ha infettato i bambini è un ceppo ricombinante del sottotipo A/G del tipo Hiv-1, noto per la sua aggressività e molto diffuso nell'Africa centrale e occidentale: non un sottotipo sconosciuto, geneticamente modificato, come adombrato dai medici libici. Quasi tutti i bambini infettati dall'Hiv, risultano infettati anche da una costellazione di virus diversi delle epatiti B e C: dunque, non possono essere stati infettati da un'unica sorgente. Non c'è alcuna prova di una volontà deliberata di diffondere l'agente dell'Aids da parte di chicchessia. Ci sono molti indizi, invece, che indicano in una forte carenza di misure igieniche - soprattutto il riutilizzo di siringhe infette - la causa dell'epidemia. Il rapporto di Vittorio Colizzi non è mai stato letto dai giudici del tribunale di Bengasi, dove domani si chiude il dibattimento con un esito che a molti appare scontato.

Autore: Pietro Greco
Fonte: L'Unità
 

 

CARO COLONELLO MUAMMAR AL-GHEDDAFI..

02.11.2006

Noi, premi Nobel per le scienze, siamo molto preoccupati per il processo in corso a Tripoli contro le cinque infermiere bulgare, Valya Chervenyashka, Snezhana Dimitrova, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Kristiana Valcheva, e il medico palestinese Ashraf Ahmad Jum’a. Rischiano la pena di morte, accusati di aver infetto 426 bambini con HIV nell’ospedale Al Fatah di Bengasi, nel 1998. Prove scientifiche solide sono necessarie per stabilire la causa dell’infezione, eppure quelle fornite da esperti internazionali non state ammesse finora dalla Corte. (…)

Comprendiamo l’angoscia e il dolore dei genitori di questi bambini e la difficile situazione in cui si trovano le autorità libiche nell’affrontare la situazione. Tuttavia pensiamo che perché giustizia venga fatta, occorre che la difesa possa svolgere il proprio lavoro.

Il 29 agosto, il procuratore ha richiesto di nuovo la pena di morte per i sei imputati. La prossima e probabilmente l’ultima udienza è fissata per il 4 novembre e la sentenza verrà pronunciata poco dopo. Chiediamo alle autorità prediposte di prendere le misure necessarie perché le prove siano esaminate.

Per fare giustizia e garantire un processo equo, riteniamo necessario che

- gli avvocati della difesa abbiano la possibilità di convocare e di interrogare testimoni a favore degli imputati, nelle stesse condizioni previste per i testimoni a sfavore, e che

- le autorità preposte chiedano a esperti di AIDS di reputazione internazionale di esaminare le prove relative alle cause dell’infezione dei bambini con HIV, e di riferirne alla Corte.

Sincerely yours,

Firmato: Richard Roberts e 113 premi Nobel.

Fonte: La Republica delle Donne

LIBIA: FISSATA AL 19 DICEMBRE SENTENZA INFERMIERE BULGARE

05.11.2006

È stata fissata per il 19 dicembre la sentenza in Libia contro le cinque infermiere bulgare e un medico palestinese accusati di aver contagiato con il virus dell'Hiv 400 bambini libici. Lo ha reso noto ieri la radio di Sofia, citando fonti giudiziarie di Tripoli. L'altroieri, 114 premi Nobel per la pace avevano rivolto un appello al leader libico Muammar Gheddafi affinché salvi la vita ai sei imputati, che al termine del processo di primo grado nel 2004 erano stati condannati a morte da un tribunale di Bengasi. Le cinque infermiere e il medico palestinese hanno sempre respinto le accuse.

Fonte: Il Manifesto
 

 

"NATURE" SCAGIONA INFERMIERI BULGARI CONDANNATI A MORTE

06.12.2006

Sulla rivista Nature esce oggi l'analisi molecolare dei virus coinvolti nei casi di Hiv/Aids di oltre 400 bambini ricoverati nell'ospedale pediatrico di Bengasi, in Libia. E l'analisi scagiona i sei operatori sanitari, cinque infermiere bulgare e un medico palestinese, accusati di averli volontariamente infettati nel 1998: tutti rischiano la pena di morte.

Il governo bulgaro ha ripetutamente detto di non credere affatto nella colpevolezza dei propri medici e ha richiesto un processo equo. "I rapporti fra Bulgaria e Libia - aggiunge il portavoce - sono sempre stati tradizionalmente buoni"

Già il giorno di Natale dell'anno scorso le condanne a morte erano state rinviate: la Corte Suprema libica stabilì che il processo era da rifare e, accogliendo il ricorso degli operatori sanitari, chiese nuove indagini.

Erano stati infettati con il virus Hiv 426 bambini, una cinquantina dei quali sono nel frattempo morti. Fonti mediche occidentali concordano nell'affermare che con ogni probabilità il contagio era stato provocato dalle pessime condizioni igieniche dell'ospedale. Ma gli inquirenti libici avevano subito individuato come colpevole il corpo medico proveniente dall'estero (le bulgare e il palestinese), che avrebbero ordito un complotto per uccidere i bambini.

L' udienza aggiornata del 4 luglio 2006 vide la richiesta della difesa di nominare una commissione di esperti internazionale per valutare le reali condizioni dell'ospedale di Bengasi, vera causa del contagio secondo le testimonianze giurate del professore francese Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus dell'Aids, e dell'italiano Vittorio Colizzi, presentate da tempo dagli avvocati degli imputati. Il pubblico ministero ha respinto tale richiesta affermando che “una commissione nazionale é assolutamente all'altezza”. Uno degli avvocati della difesa, Othmane al Bizanti, ha contestato la presenza nella commissione libica di un membro di quello stesso ministero della sanità responsabile della situazione igienico-sanitaria degli ospedali libici.

Gli imputati, in prigione da sette anni, sostengono anche durante il processo che la confessione da loro resa sia stata in realtà strappata sotto tortura. Anche per questo le autorità bulgare, l'Unione europea e numerose organizzazioni umanitarie erano intervenute e avevano cercato di esercitare pressioni sulla Libia perché la sentenza fosse rivista.

Resi noti sulla rivista Nature, i risultati di quest'analisi molecolare condotta dall'italiano Carlo Federico Perno del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Scienze Biochimiche dell'università di Roma Tor Vergata in collaborazione con Giovanni Rezza dell'Istituto Superiore di Sanità, Vittorio Colizzi e Guido Castelli Gattinara dell'ospedale Bambino Gesù, mostrano infatti che i ceppi virali responsabili delle infezioni erano già circolanti nell'ospedale libico e avevano già cominciato a infettare molti anni prima dell'arrivo delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese.

Nel primo processo, poi annullato dalla Corte Suprema, era stata richiesta la pena massima per gli imputati. Secondo questo studio scientifico, però, gli operatori sanitari sono innocenti e si spera che le autorità libiche ne tengano conto. Il 19 dicembre il verdetto definitivo del processo.

Fonte: RaiNews24
 

 

 

CONDANNE A MORTE: DICHIARAZIONE DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI DELLA REPUBBLICA DI BULGARIA

19.12.2006 - Sofia

“Siamo estremamente preoccupati dalla sentenza giudiziaria odierna. Per nostro enorme dispiacere, il Tribunale non ha preso in considerazione le numerose prove d’innocenza delle infermiere bulgare. Non possiamo accettare una sentenza che ignora i fatti estremamente chiari, comprovati anche dai risultati più recenti delle ricerche dei rinomati esperti mondiali i quali respingono qualsiasi legame tra il lavoro delle infermiere bulgare e l’epidemia di AIDS nell’ospedale pediatrico di Bengazi. E’ evidente che la condanna fa tornare indietro gli sforzi impiegati per la soluzione di questo caso straziante.

Negli ultimi anni il popolo bulgaro e la comunità europea hanno dimostrato una grande compassione e solidarietà per il destino dei bambini infetti e le loro famiglie. Noi abbiamo fatto e continueremo a fare tutto il possibile per trovare il modo e i mezzi per il sollievo delle loro sofferenze e per prevenire simili tragedie in futuro. Siamo grati per la compartecipazione di molti popoli e governi a questi nostri sforzi.

Contemporaneamente, siamo fermamente convinti che qualsiasi legame tra questa tragedia ed il lavoro delle infermiere bulgare ed il medico palestinese sia assolutamente infondato e induce in errore il popolo libico e le famiglie colpite.

Lo trascinare di questo processo per otto anni ormai è già un argomento abbastanza forte che impone l’impegno delle istituzioni libiche e gli organi dirigenti del Paese. Noi appelliamo fermamente alle Autorità libiche compreso il sistema giudiziario di non rimandare più la definitiva soluzione di questo caso e di permettere alle infermiere bulgare e al medico palestinese di ritornare nei loro Paesi. Dopo otto anni di reclusione nel carcere libico tutti loro meritano giustizia, una procedura giudiziaria onesta e breve.

Noi assicuriamo le nostre connazionali ed il medico palestinese che il Governo bulgaro non risparmierà sforzi anche in futuro lottando per il loro diritto di giustizia e per la conclusione di questo caso doloroso. Ringraziamo i nostri partners, alla comunità internazionale, gli ambienti medici e scientifici, le organizzazioni per i diritti umani ed altre organizzazioni non governative, nonché i mass media mondiali per il fatto che si sono schierati accanto a noi in sostegno della nostra causa. Appelliamo a tutti loro di continuare più attivamente ancora questo appoggio fino al rientro delle infermiere bulgare e del medico palestinese”.

Fonte: Ambasciata della Repubblica di Bulgaria

 

LA LIBIA HA CONFERMATO LA CONDANNA A MORTE PER LE CINQUE INFERMIERE BULGARE E PER IL MEDICO PALESTINESE

19.12.2006 - Roma

Oggi, il 19 dicembre 2006, il Tribunale di Tripoli ha confermato la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare e per il medico palestinese, accusati di aver contagiato con l’Aids 426 bambini nell’ospedale di Bengasi nel 1998.

Siamo inorriditi dalla sentenza del Tribunale di Tripoli riguardante il processo contro le infermiere bulgare e il medico palestinese e riproviamo aspramente le condanne a morte pronunciate nei loro confronti.

Siamo convinti che le infermiere bulgare ed il medico palestinese sono innocenti, cosa che sostengono anche le testimonianze degli esperti scientifici internazionali.

Esprimiamo la nostra seria preoccupazione per il modo con cui è stata condotta l’istruttoria, compresi la privazione degli imputati anche del diritto di ricevere qualsiasi difesa consolare e giuridica e l’uso di metodi impropri per l’ottenere le confessioni.

Appelliamo alla comunità internazionale di condannare la sentenza del Tribunale e di continuare a rivolgere appelli per trovare una soluzione del caso che porti alla liberazione del personale medico imputato.

Il nostro Paese continua a sostenere gli sforzi indirizzati al miglioramento delle condizioni sanitarie negli ospedali libici che, secondo noi hanno portato a divampare l’epidemia, e di quelle volte al sollievo delle sofferenze dei bambini e delle loro famiglie.

Il Governo bulgaro continuerà ad usare fermamente tutti i mezzi e meccanismi possibili per garantire la liberazione degli imputati e il loro rientro in Patria.
 

VITTORIO COLIZZI: “IL PROCESSO É UNA MONTATURA QUELL'OSPEDALE ERA GIÀ INFETTO”

20.12.2006

“Una grossa montatura”. Vittorio Colizzi, immunologo all'università Tor Vergata di Roma, non usa mezzi termini per definire il processo di Tripoli. Incaricato nel 2002 dalla fondazione Gheddafi di una consulenza scientifica sul caso insieme a Luc Montaigner (il virologo francese che ha scoperto il virus dell'Aids), ha condotto diverse missioni a Bengasi per accertare le responsabilità dell'infezione. Ma le conclusioni dei due studiosi, che attestavano la sostanziale estraneità degli accusati, non sono state apprezzate dai libici. Nel primo processo, il rapporto di Colizzi e Montaigner é stata acquisito agli atti, ma non ha avuto alcun peso nella decisione finale. Nel secondo, non é stato neanche preso in considerazione. Il che ha spinto i due a pubblicarlo, arricchito di dati, sulla rivista Nature.

Professor Colizzi, come siete arrivati alla conclusioni del vostro rapporto?

Due evidenze epidemiologiche dimostrano la totale infondatezza delle accuse mosse agli imputati. Innanzi tutto, i bimbi erano infettati da più virus: molti di loro avevano anche l'epatite B e l'epatite C. Il che dimostra che l'infezione non poteva essere avvenuta con un singolo inoculo, ma che era stata determinata da successive trasfusioni in condizioni di scarsa igiene. La seconda é che anche due infermiere libiche che lavoravano nell'ospedale di Bengasi erano risultate sieropositive. Ora, se é possibile inoculare di nascosto il virus a un gruppo di bambini, più difficile é farlo con due donne adulte. C'è poi un altro aspetto: dall'analisi delle mutazioni del virus, che permettono di risalire al periodo di infezione, risulta che il 40% dei casi di Hiv tra i bimbi di Bengasi ha origine prima del 1998. Un dato, quest'ultimo, confermato anche da altre evidenze.

Ad esempio?

Dalle cartelle cliniche che abbiamo esaminato, risultava che molti dei bambini non erano stati ricoverati durante il periodo di lavoro delle infermiere bulgare, ma prima Probabilmente le infermiere possono aver contribuito a non migliorare una situazione già disastrosa. Ma dire che hanno inoculato il virus scientemente é una bestialità.

Voi avete avuto modo di visitare l'ospedale di Bengasi. In che condizioni l'avete trovato?

Quando siamo arrivati era in condizioni relativamente buone. Ma probabilmente l'avevano ripulito.

Le autorità libiche sono state collaborative con voi durante la vostra missione?

Non del tutto. Certo, ci hanno fornito le cartelle cliniche dei bimbi; ci hanno concesso di visitarli e di far analizzare i campioni del loro sangue in Europa. Ma per esempio non ci hanno mai consentito di accedere a quella che consideravano la prova schiacciante, la smoking gun che inchiodava definitivamente le infermiere: la bottiglia di albumina trovata a casa di una di loro, che secondo i libici era infetta con il virus dell'Hiv. Nonostante le nostre ripetute richieste, non siamo mai riusciti a vedere quella bottiglia.

Come mai questo comportamento schizofrenico da parte dei libici?

Credo che all'inizio fossero convinti della colpevolezza delle infermiere e cercassero solo di dare fondatezza scientifica alle loro accuse. Quando si sono resi conto che le nostre conclusioni andavano in senso opposto, si sono irrigiditi.

Secondo lei la condanna verrà eseguita?

Innanzi tutto, il processo deve ancora passare alla Corte suprema. Poi, tutto resta da vedere. Io credo che la condanna sia più che altro un modo come un altro per negoziare con la Bulgaria e con l'Unione europea, di cui Sofia diventerà membro a partire dal 1º gennaio. Detto in altri termini, i libici stanno alzando la posta per la liberazione degli ostaggi.

Autore: Stefano Liberti
Fonte: Il Manifesto

LIBIA: ANCORA UNA CONDANNA A MORTE PER LE INFERMIERE BULGARE

22.12.2006 - Sofia

“Gheddafi distribuisce la morte per Natale”, “Ancora una volta a morte”, “Lotteremo fino in fondo!”. Sono questi alcuni dei titoli dei quotidiani bulgari usciti lo scorso 20 dicembre, dopo che il tribunale di Tripoli ha confermato in appello la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese accusati di aver provocato volontariamente il contagio con il virus HIV di 426 bambini, di cui 52 sono già morti, avvenuto nell’ospedale pediatrico di Bengasi nel 1998.

Nonostante le pressioni di Unione Europea e Stati Uniti e numerosi studi scientifici, tra cui quello recentemente pubblicato dalla prestigiosa rivista Nature, che hanno dimostrano che i ceppi virali responsabili delle infezioni erano già presenti nell'ospedale molti anni prima dell'arrivo delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese, i giudici libici hanno ribadito la sentenza di morte già emessa in primo grado il 6 maggio 2004, decisione poi annullata dalla Corte suprema per vizi di forma.

Adesso la sorte degli imputati, agli arresti dal 1999, è nelle mani della Corte di cassazione, che può confermare o ribaltare la sentenza, ed in quelle del Consiglio superiore della magistratura libica, che assume il ruolo di ultimo grado di giudizio. Ma più che i procedimenti nelle aule giudiziarie, a porre la parola fine all’odissea di Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Snezhana Dimitrova, Valentina Siropulo e Valya Chervenyashka e del dottor Ashraf Alajouj saranno gli equilibri interni del sistema di potere libico e la voglia del colonnello Gheddafi di salvaguardare il processo di apertura del paese verso l’occidente, di cui la Bulgaria, con la prossima adesione all’Unione Europea del 1 gennaio 2007, diventa parte integrante.

Le autorità di Sofia hanno reagito in modo molto duro alla notizia della condanna emessa dal tribunale di Tripoli. Per la prima volta, attraverso le parole del presidente Georgi Parvanov, il processo contro le infermiere bulgare è stato definito “un processo su ordinazione”. “La condanna a morte delle nostre compatriote e del medico palestinese, del tutto innocenti”, ha dichiarato Parvanov, che due anni fa si era recato personalmente in visita da Gheddafi, nella speranza di riuscire a sbloccare la situazione, “serve soltanto a nascondere le vere cause che hanno provocato l’epidemia di AIDS nell’ospedale di Bengasi”.

Questa presa di posizione rompe con la strategia adottata fino ad ora, che puntava a costruire rapporti di maggiore fiducia con Gheddafi e le autorità libiche per favorire la liberazione delle infermiere, puntando anche sul fatto che dal 1999 il regime del paese nordafricano ha operato una netta svolta nel campo della politica internazionale, col tentativo di uscire dall’isolamento e di riavvicinarsi alle potenze occidentali.

Anche il parlamento di Sofia ha definito come assurda la decisione del tribunale libico. In una dichiarazione ufficiale la sentenza viene rigettata come “basata su atti processuali preordinati e prove ottenute con la violenza”, in riferimento alle accuse fatte dagli imputati di essere stati minacciati, sottoposti a pressione psicologica e torturati al fine di ottenere una loro confessione.

Il procuratore generale, Boris Velchev, ha assicurato che la possibilità di aprire un processo nei confronti degli agenti che avrebbero estorto le confessioni con la tortura, e che dovrebbe essere aperto dalla procura cittadina di Sofia, non è stata esclusa, ma al tempo stesso ne ha ridimensionato fortemente la possibilità di influire sul processo in Libia. “Il processo contro i torturatori delle infermiere bulgare è un’iniziativa che arriva con grande ritardo, con parecchia confusione e senza certezze, ma abbiamo basi giuridiche sufficienti per poterlo aprire”, ha dichiarato Velchev. Nonostante un accordo di collaborazione giudiziaria tra Bulgaria e Libia, infatti, non è affatto chiaro se le autorità di Tripoli potrebbero permettere ai procuratori bulgari di interrogare gli ufficiali accusati delle torture, anche perché questi sono già stati assolti da queste accuse da un tribunale libico.“Tutto dipenderà dalle autorità di Tripoli”, ha concluso il procuratore generale.

Forti reazioni sono venute anche da diversi esponenti del mondo politico bulgaro. Secondo il sindaco di Sofia, Boyko Borisov, che da poco ha fondato GERB, un nuovo partito politico già accreditato di larghi consensi, “la strategia della diplomazia discreta non ha portato a nessun risultato”, ed è quindi ora di isolare completamente Gheddafi a livello internazionale per riportare a casa le “infermiere rapite”. Borisov ha anche incontrato i rappresentanti delle varie comunità arabe che vivono nella capitale bulgara, chiedendo il loro sostegno.

Se quasi tutti in Bulgaria hanno chiesto una reazione forte, dopo anni di tentativi di mediazione, soltanto Volen Siderov, leader di Ataka, si è spinto a chiedere la ritorsione con l’arresto di sei cittadini libici da usare come merce di scambio. Secondo Siderov i principali responsabili dell’attuale situazione sono i governi succedutisi in questi anni a Sofia, insieme all’Ue e agli Stati Uniti che non farebbero abbastanza pressioni se non attraverso frasi di circostanza.

Anche il mondo del business ha reagito, attraverso la Camera di commercio, che ha invitato le poche aziende bulgare che ancora lavorano in Libia a ritirare i proprio impegno economico dal paese nordafricano. Negli ultimi anni molte delle grandi industrie statali bulgare che operavano in Libia, come l’ “Agrokomplekt” e l’ “Energoproekt” hanno già abbandonato il paese, e lo scambio commerciale tra i due paesi si è ridotto a livelli quasi esclusivamente simbolici.

Adesso in Bulgaria si spera soprattutto nella capacità di influire maggiormente sul regime libico dopo l’ingresso a pieno titolo nell’Unione Europea. Una lettera sottoscritta contemporaneamente dal presidente Parvanov, dal premier Stanishev e dal presidente del parlamento Pirinski, e inviata ai governi e ai parlamenti di tutti i paesi membri dell’Ue, chiede una ancora maggiore pressione dell’Europa per liberare le infermiere bulgare.

“Dobbiamo avere una posizione univoca e cercare nuove strade per risolvere in modo equo questo processo ingiusto contro cinque cittadini europei”, hanno scritto le più alte autorità bulgare, ricordando alle proprie controparti nell’Unione le numerose irregolarità del processo di Tripoli e le evidenti violazioni dei diritti umani degli imputati.

Anche il ministro degli esteri, Ivaylo Kalfin, ha minacciato di usare tutte le nuove possibilità conferite dallo status di membro dell’Unione Europea, compreso il diritto di veto, per isolare quanto più possibile la Libia finché le infermiere non potranno ritornare a casa.

Autore: Francesco Martino
Fonte: Osservatorio sui Balcani

 

 

 

HOMEPAGE

 

 

Se in questi sito dovesse venir violata alcuna forma di copyright o leso alcun diritto d'autore siete pregati di farlo presente al webmaster mail jackxaus@katamail.com che provedderà ad eliminare il suddetto materiale, faccio presente che la maggior parte di filmati sono situati in siti non di competenza  del webmaster che si può limitare ad eliminare il collegamento.