L’INSEGNANTE DI RELIGIONE

 

Punti da analizzare:

·        La legislazione italiana e l’insegnamento della religione

·        L’abilitazione all’insegnamento della religione

·        Il programma di insegnamento

·        Il compenso e la relativa retribuzione

·        Sentenze in materia (666/2003 della Corte di Cassazione sezione lavoro; 390/1990 della Corte costituzionale)

 

 

LA LEGISLAZIONE ITALIANA E L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE

 

La legge 18 luglio 2003, n. 186 "Norme sullo stato giuridico degli insegnanti di religione cattolica degli istituti e delle scuole di ogni ordine e grado", in attuazione dell’Accordo che apporta modificazioni al Concordato Lateranense e reso esecutivo con legge 25 marzo 1985, n. 121, all’art. 1 si occupa dell’istituzione di insegnanti di religione cattolica e del relativo ruolo. In Particolare nel terzo comma che si riferisce alla scuola elementare e dell’infanzia si subordina la possibilità di insegnare da parte del docente al riconoscimento dell’ idoneità da parte della competente autorità ecclesiastica. Art.3 L'accesso ai ruoli di cui all'articolo 1 avviene, previo superamento di concorsi per titoli ed esami, intendendo per titoli quelli previsti al punto 4 dell'Intesa di cui all'articolo 1, comma 1, e successive modificazioni, per i posti annualmente disponibili nelle dotazioni organiche di cui all'articolo 2, commi 2 e 3.

I titoli di qualificazione professionale per partecipare ai concorsi sono quelli stabiliti al punto 4 dell'Intesa di cui all'articolo 1, comma 1, e successive modificazioni. 4. Ciascun candidato deve inoltre essere in possesso del riconoscimento di idoneità di cui al numero 5, lettera a), del Protocollo addizionale di cui all'articolo 1, comma 1, rilasciato dall'ordinario diocesano competente per territorio e può concorrere soltanto per i posti disponibili nel territorio di pertinenza della diocesi.

Ai motivi di risoluzione del rapporto di lavoro previsti dalle disposizioni vigenti si aggiunge la revoca dell'idoneità da parte dell'ordinario diocesano competente per territorio divenuta esecutiva a norma dell'ordinamento canonico, purché non si fruisca della mobilità professionale o della diversa utilizzazione o mobilità collettiva, di cui all'articolo 4, comma 3.

(Copertura finanziaria).

1. Agli oneri derivanti dall'attuazione della presente legge, ad eccezione di quelli di cui all'articolo 5, valutati in 7.418.903 euro per l'anno 2003 ed in 19.289.150 euro a decorrere dall'anno 2004, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2003-2005, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente "Fondo speciale" dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2003, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca.

 

ABILITAZIONE ALL’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE

 

L’insegnamento della religione cattolica viene impartito in attuazione di accordi stipulati tra lo Stato Italiano e la Santa Sede, alla cui stregua gli insegnanti di religione cattolica vengono nominati in forza di una scelta dell’Autorità ecclesiastica; tale nomina, pertanto, ha caratteristiche del tutto peculiari, escludenti l’incardinamento scolastico da parte dello Stato italiano.

I titoli di qualificazione professionale per poter insegnare religione cattolica nella scuola sono definiti dal punto 4 dell'Intesa che ti riporto integralmente:
4. - Profili della qualificazione professionale degli insegnanti di religione
4.1. Premesso che:
a) l'insegnamento della religione cattolica, impartito nel quadro delle finalità della scuola, deve avere dignità formativa e culturale pari a quella delle altre discipline;
b) detto insegnamento deve essere impartito in conformità alla dottrina della Chiesa da insegnanti riconosciuti idonei dall'autorità ecclesiastica e in possesso di qualificazione professionale adeguata;
i profili della qualificazione professionale sono determinati come segue:
4.2. Per l'insegnamento della religione cattolica si richiede il possesso di uno dei titoli di qualificazione professionale di seguito indicati:
4.3. Nelle scuole secondarie di primo e secondo grado l'insegnamento della religione cattolica può essere affidato a chi abbia almeno uno dei seguenti titoli:
a) titolo accademico (baccalaureato, licenza o dottorato) in teologia o nelle altre discipline ecclesiastiche, conferito da una Facoltà approvata dalla Santa Sede;
b) attestato di compimento di regolare corso di studi teologici in un Seminario maggiore;
c) diploma accademico di magistero in scienze religiose, rilasciato da un Istituto di scienze religiose approvato dalla Santa Sede;
d) diploma di laurea valido nell'ordinamento italiano, unitamente a un diploma rilasciato da un Istituto di scienze religiose riconosciuto dalla Conferenza Episcopale Italiana.
4.4. Nella scuola materna ed elementare l'insegnamento della religione cattolica può essere impartito, ai sensi del punto 2.6, dagli insegnanti del circolo didattico che abbiano frequentato nel corso degli studi secondari superiori l'insegnamento della religione cattolica, o comunque siano riconosciuti idonee dall'Ordinario diocesano.
Nel caso in cui l'insegnamento della religione cattolica non venga impartito da un insegnante del circolo didattico, esso può essere affidato:

a) a sacerdoti e diaconi, oppure a religiosi in possesso di qualificazione riconosciuta dalla Conferenza Episcopale Italiana in attuazione del can. 804, par. 1, del codice di diritto canonico e attestata dall'Ordinario diocesano;
b) a chi, fornito di titolo di studio valido per l'insegnamento nelle scuole materne ed elementari, sia in possesso dei requisiti di cui al primo comma del presente punto 4.4; oppure a chi, fornito di altro diploma di scuola secondaria superiore, abbia conseguito almeno un diploma rilasciato da un Istituto di scienze religiose riconosciuto dalla Conferenza Episcopale Italiana.
4.5. La Conferenza Episcopale Italiana comunica al Ministero della pubblica istruzione l'elenco delle Facoltà e degli Istituti che rilasciano i titoli di cui ai punti 4.3. e 4.4. nonché delle discipline ecclesiastiche di cui al punto 4.3, lettera a).
4.6. I titoli di qualificazione professionale indicati ai punto 4.3. e 4.4. sono richiesti a partire dall'anno scolastico 1990-91.
I docenti di religione cattolica in servizio nell'anno scolastico 1989-90, già in possesso del diploma rilasciato da un istituto di scienze religiose riconosciuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, possono conseguire nelle sessioni dell'anno accademico 1989-90 il titolo prescritto.
4.6.1. Sino a tale data l'insegnamento della religione cattolica può essere affidato a chi non è ancora in possesso dei titoli richiesti, purché abbia conseguito un diploma di scuola secondaria superiore e sia iscritto alle Facoltà o agli Istituti di cui al punto 4.5.
4.6.2. Sono in ogni caso da ritenere dotati della qualificazione necessaria per l'insegnamento della religione cattolica:
a) gli insegnanti della scuola materna e della scuola elementare in servizio nell'anno scolastico 1985-86;
b) gli insegnanti di religione cattolica delle scuole secondarie e quelli incaricati di sostituire nell'insegnamento della religione cattolica l'insegnante di classe nelle scuole elementari, che con l'anno scolastico 1985-86 abbiano cinque anni di servizio
Allo stato attuale, fino a probabile revisione d'Intesa, per poter insegnare religione cattolica, l'aspirante dovrà essere in possesso oltre che di un titolo di studio previsti dal punto 4 dell'Intesa tra Conferenza Episcopale Italiana e Ministero della Pubblica Istruzione del 1985, anche del decreto di idoneità rilasciato dell'Ordinario diocesano competente per territorio.
Le due condizioni però non sono ancora sufficienti (titolo ed idoneità) perché per poter insegnare religione è necessario che l'Ordinario diocesano presenti una proposta di nomina al Dirigente scolastico, per poter poi stipulare con quest'ultimo un contratto individuale di lavoro.

 

MOBILITA’

 

Nella “atipicità” dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) vi è quel famoso istituto della “idoneità” accettato nell’Intesa e ribadito nella Legge 186/03 che dà all’Ordinario diocesano competente per territorio il diritto di scelta della sede dell’insegnamento senza nulla togliere alla “stabilità” dell’insegnante che ha diritto all’orario completo e alla ricostruzione di carriera, ma non alla scelta della sede.
La legge 186/03 ha come pietra angolare il Concordato e precisamente il punto 5 del Protocollo addizionale relativo all’articolo 9 che recita così: “L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole indicate al n. 2 è impartito in conformità alla dottrina della Chiesa e nel rispetto della libertà di coscienza degli alunni da insegnanti che siano riconosciuti idonei dall’autorità ecclesiastica, nominati, d’intesa con essa, dall’autorità scolastica.” (Cfr. Legge 121 del 25 marzo 1985).
Questo significa che tutte le nomine degli insegnanti di religione devono essere fatte “d’intesa”, sia quelle al trenta per cento che quelle al settanta per cento.
Ma che cosa significa essere nominati d’intesa?
Cerchiamo di capirlo insieme: i parametri dell’intesa tra Ordinario diocesano e Autorità scolastica sono tre:

  1. La fissazione delle ore;
  2. L’individuazione dell’insegnante;
  3. La scelta della scuola

Sul primo parametro, la fissazione delle ore, il discorso è andato sempre più affinandosi, nel senso che le regole statali hanno obbligato l’Ordinario diocesano a tendere sempre più verso l’orario cattedra, tanto è vero che è lo stesso Stato, oggi, a formulare le cattedre.
Il secondo e il terzo parametro sono di esclusiva competenza dell’Ordinario diocesano: cioè è, e sarà, l’Ordinario a individuare il docente che manderà in una determinata scuola.
Per meglio spiegare il compito dell’Ordinario Diocesano, cito una sentenza del Consiglio Giustizia Amministrativa per la Sicilia ed una sentenza del TAR Sicilia.
La nomina dell’insegnante di religione à un atto dovuto per il preside….L’autorità scolastica non può quindi adottare scelte discrezionali, ma deve solo limitarsi a controllare il possesso dei requisiti generali per l’accesso al pubblico impiego” (Consiglio Giustizia Amministrativa per la Sicilia n. 356 del 16 settembre 1991)
Il preside ricevuta la comunicazione del docente ritenuto dall’Ordinario Diocesano idoneo…. Non può omettere la nomina del docente designato senza contravvenire alle regole poste dal Concordato…L’ordinamento italiano ha infatti autolimitato il proprio potere di imperio in ordine all’IRC demandando agli ordinari diocesani la scelta degli insegnanti…(TAR Sicilia n. 55 del 5 marzo 1991).
In conclusione: la legge 186/03 ha garantito l’immissione in ruolo degli insegnanti di religione cattolica, ma non ha modificato (non poteva farlo) le procedure per la nomina degli insegnati di religione che sono regolate dal Concordato e dalle successive Intese.


Mobilità professionale

Il comma numero 1 dell’articolo 4 della Legge recita: Agli insegnanti di religione cattolica inseriti nei ruoli di cui all’articolo 1, comma 1, si applicano le disposizioni vigenti in materia di mobilità professionale nel comparto del personale della scuola limitatamente ai passaggi, per il medesimo insegnamento, da un ciclo ad altro di scuola. Tale mobilità professionale è subordinata all’inclusione nell’elenco di cui all’articolo 3, comma 7, relativo al ciclo di scuola richiesto, al riconoscimento di idoneità rilasciato dall’ordinario diocesano competente per territorio ed all’intesa con il medesimo ordinario.
Questo significa che a differenza di quello che avviene nelle altre discipline, l’insegnante di religione può usufruire della mobilità verticale, ma non di quella orizzontale, cioè un insegnante di religione potrà cambiare ciclo scolastico, cioè dalla scuola primaria a quella secondaria o viceversa, sempre se è vincitore di concorso e se è ritenuto idoneo dall’Ordinario diocesano competente per territorio, ma non potrà passare ad altra disciplina.

Come potrà avvenire la mobilità professionale?

Perché un insegnante di ruolo possa chiedere di passare ad altro ciclo scolastico, è necessario che ci sia disponibilità di posti.
Immaginiamo che un insegnante di religione di scuola secondaria venga collocato in pensione; si possono allora verificare i seguenti casi:

  1. Che a quel posto vi possa andare un altro insegnante della scuola secondaria.
  2. Che vi possa andare un insegnante di ruolo della scuola dell’infanzia e/o primaria;
  3. Che vi possa andare su quel posto il primo dei non immessi in ruolo della graduatoria regionale.

E’ evidente che quanto previsto dal caso a. e b. potrà avvenire solo ed esclusivamente se l’Ordinario diocesano competente per territorio dichiari la sua idoneità a tal tipo di scuola sempre che l’insegnante abbia uno dei titoli di qualificazione professionale previsti dall’Intesa.
Questo significa che il caso c. allora si potrà verificare solo dopo che è si è constatata che non sono state presentate richieste da insegnanti che ricadono nel caso a. e b. o che l’Ordinario non abbia decretato l’idoneità e/o sia consenziente a tale passaggio per nessuno dei richiedenti.

Titolarità della sede

Nella nota del MIUR, protocollo numero 983, inviata ai Direttori Regionali in data 9 giugno 2005 tra l’altro leggiamo: “Per quanto concerne l’assegnazione della titolarità, attese le specifiche caratteristiche della dotazione organica del personale di cui trattasi, essa dovrà avvenire sulla dotazione organica regionale con contestuale utilizzazione del docente presso l’istituzione scolastica. Tale utilizzazione, ai sensi dell’art. 37 comma 5 del vigente CCNL, si intende confermata automaticamente di anno in anno qualora permangano le condizioni e i requisiti prescritti dalle vigenti disposizioni di legge.”
Questo significa che l’insegnante di religione nominato di ruolo su quella sede, continuerà a restarci solo se ci saranno le stesse ore (le condizioni) e continuerà ad essere in possesso del decreto di idoneità (i requisiti).

Revoca e/o esubero

Il comma 3 dell’articolo 4 della Legge numero 186 del 18 luglio 2003 recita così: “L’insegnante di religione cattolica con contratto di lavoro a tempo indeterminato, al quale sia stata revocata l’idoneità, ovvero che si trovi in situazione di esubero a seguito di contrazione dei posti di insegnamento, può fruire della mobilità professionale nel comparto del personale della scuola, con le modalità previste dalle disposizioni vigenti e subordinatamente al possesso dei requisiti prescritti per l’insegnamento richiesto, ed ha altresì titolo a partecipare alle procedure di diversa utilizzazione e di mobilità collettiva previste dall’articolo 33 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165
Questo significa che nel caso in cui ad un insegnante di religione con contratto a tempo indeterminato dovesse venir meno l’idoneità da parte dell’Ordinario diocesano, se in possesso dei titoli necessari per l’insegnamento nelle discipline comuni potrà fruire della mobilità o dell’utilizzazione secondo la normativa prevista dal Ministero per il personale docente.
Nel caso di esubero a seguito di contrazione dei posti di insegnamento si potrebbe prevedere:

  1. Un contratto di utilizzazione anche con ore a disposizione, in presenza di uno spezzone pari al 50% dell’orario cattedra nella scuola di titolarità.
  2. Completamento orario con spezzoni disponibili nell’ambito della diocesi di appartenenza;
  3. Completamento orario con spezzoni disponibili nell’ambito delle altre diocesi della regione (sempre d’intesa con l’Ordinario diocesano competente per territorio) con avuto riguardo al principio della vicinanza al comune di residenza.
  4. Completamento con spezzoni orari disponibili in diocesi di altra regione limitrofa (sempre d’intesa con l’Ordinario diocesano competente per territorio).

Riporto integralmente l’articolo 33 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 intitolato “Eccedenze di personale e mobilità collettiva” (Art. 35 del D. Lgs n. 29 del 1993. come sostituito prima dall’art. 14 del d. Lgs n. 470 del 1993 e dall’art. 16 del d.Lgs n. 546 del 1993 e poi dall’art. 20 del d.lgs n. 80 del 1998 e successivamente modificato dall’art. 1 2 del d.lgs n. 387 del 1998)
“1. Le pubbliche amministrazioni che rilevino eccedenze di personale sono tenute ad informare preventivamente Le organizzazioni sindacali di cui al comma 3 e ad osservare le procedure previste dal presente articolo. Si applicano, salvo quanto previsto dal presente articolo, le disposizioni di cui alla legge 23 luglio 1991, n. 223, ed in particolare l’articolo 4, comma 11 e l’articolo 5, commi i e 2, e successive modificazioni ed integrazioni.
2. lI presente articolo trova applicazione quando l’eccedenza rilevata riguardi almeno dieci dipendenti. Il numero di dieci unità si intende raggiunto anche in caso di dichiarazioni di eccedenza distinte nell’arco di un anno In caso di eccedenze per un numero inferiore a 10 unità agli interessati si applicano le disposizioni previste dai commi 7 e 8.
3. La comunicazione preventiva di cui all’articolo 4, comma 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223, viene fatta alle rappresentanze unitarie del personale e alle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto collettivo nazionale del comparto o area. La comunicazione deve contenere l’indicazione dei motivi che determinano la situazione di eccedenza; dei motivi tecnici e organizzativi per i quali si ritiene di non poter adottare misure idonee a riassorbire le eccedenze all’interno della medesima amministrazione: del numero, della collocazione. delle qualifiche de personale eccedente, nonché del personale abitualmente impiegato, delle eventuali proposte per risolvere la situazione di eccedenza e dei relativi tempi di attuazione, delle eventuali misure programmate per fronteggiare le conseguenze sul piano sociale dell’attuazione delle proposte medesime.
4. Entro dieci giorni dai ricevimento della comunicazione di cui al comma 1, a richiesta delle organizzazioni sindacali di cui al comma 3, si procede all’esame delle cause che hanno contribuito a determinare l’eccedenza del personale e delle possibilità di diversa utilizzazione del personale eccedente, o di una sua parte. L’esame è diretto a verificare le possibilità di pervenire ad un accordo sulla ricollocazione totale o parziale del personale eccedente, o nell’ambito della stessa amministrazione, anche mediante il ricorso a forme flessibili di gestione del tempo di lavoro o a contratti di solidarietà, ovvero presso altre amministrazioni comprese nell’ambito della Provincia è in quello diverso determinato ai sensi del comma 6. Le organizzazioni sindacali che partecipano all’esame hanno diritto di ricevere, in relazione a quanto comunicato dall’amministrazione, le informazioni necessarie ad un utile confronto.
5. La procedura si conclude decorsi quarantacinque giorni dalla data del ricevimento della comunicazione di cui al comma 3, o con l’accordo o con apposito verbale nel quale sono riportate le diverse posizioni delle parti. In caso di disaccordo, le organizzazioni sindacali possono richiedere che il confronto prosegua, per le amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, e gli enti pubblici nazionali, presso il Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri, con L’assistenza dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni - ARAN, e per le altre amministrazioni, ai sensi degli articoli 3 e 4 del decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469, e successive modificazioni ed integrazioni. La procedura si conclude in ogni caso entro sessanta giorni dalla comunicazione di cui al comma 1.
6. I contratti collettivi nazionali possono stabilire criteri generali e procedure per consentire, tenuto conto delle caratteristiche del comparto, la gestione delle eccedenze di personale attraverso il passaggio diretto ad altre amministrazioni nell’ambito della provincia o in quello diverso che, in relazione alla distribuzione territoriale delle amministrazioni o alla situazione del mercato del lavoro, sia stabilito dai contratti collettivi nazionali. Si applicano le disposizioni dell’articolo 30.
7. Conclusa la procedura di cui ai commi 3, 4 e 5, l’amministrazione colloca in disponibilità il personale che non sia possibile impiegare diversamente nell’ambito della medesima amministrazione e che non possa essere ricollocato presso altre amministrazioni, ovvero che non abbia preso servizio presso La diversa amministrazione che, secondo gli accordi intervenuti ai sensi dei commi precedenti, ne avrebbe consentito la ricollocazione.
8. Dalla data di collocamento in disponibilità restano sospese tutte le obbligazioni inerenti al rapporto di lavoro e il Lavoratore ha diritto ad un’indennità pari all’80 per cento dello stipendio e dell’indennità integrati va speciale, con esclusione di qualsiasi altro emolumento retributivo comunque denominato, per la durata massima di ventiquattro mesi, I periodi di godimento dell’indennità sono riconosciuti ai fini della determinazione dei requisiti di accesso alla pensione e della misura della stessa. E’ riconosciuto altresì il diritto all’assegno per il nucleo familiare di cui all’articolo 2 del decreto-legge 13 marzo 1988, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 maggio 1988, n. 153, e successive modificazioni ed integrazioni.

 

IL PROGRAMMA D’INSEGNAMENTO

D.P.R. 16 gennaio 2006, n. 39

Art. 1.
1. Sono approvati, per le scuole statali e paritarie, gli
Obiettivi specifici di apprendimento propri dell'insegnamento della
religione cattolica del secondo ciclo scolastico del sistema dei
licei nell'ambito delle indicazioni nazionali per i piani di studio
personalizzati, di cui all'allegato al presente decreto.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara'
inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della
Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo
e di farlo osservare.


Obiettivi specifici di apprendimento

SCUOLA DELL'INFANZIA

 

 

 

 

RELIGIONE CATTOLICA
Obiettivi specifici di apprendimento

CLASSE 1a

  • Dio Creatore e Padre di tutti gli uomini.
  • Gesù di Nazaret, l'Emmanuele "Dio con noi"
  • La Chiesa, comunità dei cristiani aperta a tutti i popoli.
  • Scoprire nell'ambiente i segni che richiamano ai cristiani e a tanti credenti la presenza di Dio Creatore e Padre.
  • Cogliere i segni cristiani del Natale e della Pasqua.
  • Descrivere l'ambiente di vita di Gesù nei suoi aspetti quotidiani, familiari, sociali e religiosi.
  • Riconoscere la Chiesa come famiglia di Dio che fa memoria di Gesù e del suo messaggio

 

CLASSE 2a e 3a

  • L'origine del mondo e dell'uomo nel cristianesimo e nelle altre religioni.
  • Gesù, il Messia, compimento delle promesse di Dio. 
  • La preghiera, espressione di religiosità.
  • La festa della Pasqua.
  • La Chiesa, il suo credo e la sua missione.
  • Comprendere, attraverso i racconti biblici delle origini, che il mondo è opera di Dio, affidato alla responsabilità dell'uomo.
  • Ricostruire le principali tappe della storia della salvezza, anche attraverso figure significative.
  • Cogliere, attraverso alcune pagine evangeliche, come Gesù viene incontro alle attese di perdono e di pace, di giustizia e di vita eterna.
  • Identificare tra le espressioni delle religioni la preghiera e, nel 'Padre Nostro', la specificità della preghiera cristiana.
  • Rilevare la continuità e la novità della Pasqua cristiana rispetto alla Pasqua ebraica.
  • Cogliere, attraverso alcune pagine degli "Atti degli Apostoli", la vita della Chiesa delle origini.
  • Riconoscere nella fede e nei sacramenti di iniziazione (battesimo/confermazione/eucaristia) gli elementi che costituiscono la comunità cristiana.

 

CLASSE 4a e 5a

  • Il cristianesimo e le grandi religioni: origine e sviluppo.
  • La Bibbia e i testi sacri delle grandi religioni. 
  • Gesù, il Signore, che rivela il Regno di Dio con parole e azioni.
  • I segni e i simboli del cristianesimo, anche nell'arte.
  • La Chiesa popolo di Dio nel mondo: avvenimenti, persone e strutture
  • Leggere e interpretare i principali segni religiosi espressi dai diversi popoli.
  • Evidenziare la risposta della Bibbia alle domande di senso dell'uomo e confrontarla con quella delle principali religioni.
  • Cogliere nella vita e negli insegnamenti di Gesù proposte di scelte responsabili per un personale progetto di vita.
  • Riconoscere nei santi e nei martiri, di ieri e di oggi, progetti riusciti di vita cristiana.
  • Evidenziare l'apporto che, con la diffusione del Vangelo, la Chiesa ha dato alla società e alla vita di ogni persona.
  • Identificare nei segni espressi dalla Chiesa l'azione dello Spirito di Dio, che la costruisce una e inviata a tutta l'umanità.
  • Individuare significative espressioni d'arte cristiana, per rilevare come la fede è stata interpretata dagli artisti nel corso dei secoli.
  • Rendersi conto che nella comunità ecclesiale c'è una varietà di doni, che si manifesta in diverse vocazioni e ministeri.
  • Riconoscere in alcuni testi biblici la figura di Maria, presente nella vita del Figlio Gesù e in quella della Chiesa.

 

 

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IRC: Guida per scrutini ed esami

Guida per gli esami di scuola elementare:
All’articolo numero 3 dell’Ordinanza Ministeriale numero 90 del 21 maggio 2001 (prot. n. 4042) che ha per titolo “Commissioni degli esami di licenza elementare” al comma 1 leggiamo “Le commissioni degli esami di licenza nelle scuole statali e nelle scuole riconosciute paritarie sono formate dai docenti di classe e da due docenti nominati dal dirigente scolastico tra quelli designati dal collegio dei docenti.
Alla luce di quanto riportato, bisogna chiedersi: l’insegnante di religione è insegnante di classe?
Se la risposta è sì, l’insegnante di religione cattolica fa parte della commissione degli esami di licenza elementare.
Su tale argomento è di conferma quanto hanno scritto sia la Circolare del Provveditore agli Studi di Milano, n. 361 Prot. n° 15343, del 15/6/1996, che la Circolare del Provveditore di Roma, numero 76 dell’8.6.1998 Prot. n. 54853, che precisano: “…Questo ufficio ritiene che gli Insegnanti di religione cattolica possano legittimamente partecipare alle commissioni degli esami di licenza elementare”.
Nelle risposte date alle domande relative all’argomento anche il nostro sito www.culturacattolica.it ha seguito la stessa linea espressa dalle norme di cui sopra.
Ed abbiamo trovato conferma alle nostre risposte in ciò che il Ministero scrive nel proprio sito.
Alla domanda “L’insegnante di religione cattolica deve partecipare ai lavori della commissione di esame nella scuola elementare?” ha così risposto:
Sì, dal momento che le commissioni degli esami di licenza elementare sono formate da tutti i docenti della classe. La presenza dell’insegnante specificamente incaricato dell’Irc è necessaria anche per evitare disparità di trattamento con le commissioni di classi in cui tale insegnamento è stato impartito dall’insegnante ordinario, fermo restando che l’Irc non può essere oggetto di esame.
(Cfr. http://www.istruzione.it/argomenti/esamedi stato/faq/religione.htm)

Guida per gli scrutini:

L’intelaiatura della struttura scolastica dell’ora di religione nelle scuole pubbliche è ancora regolata dalla legge n. 824 del 5 giugno 1930, in cui l’art. n. 4 recita testualmente: “Per l’insegnamento religioso, in luogo di voti e di esami viene redatta a cura dell’insegnante e comunicata alla famiglia una speciale nota, da inserire nella pagella scolastica, riguardante l’interesse con il quale l’alunno segue l’insegnamento e il profitto che ne ritrae”.
Nella CM n. 117 del 23 settembre 1930 applicativa della suddetta legge, a proposito dell’art. 4, si dice “Per l’insegnamento religioso, date le sue speciali finalità, non si assegnano voti, né si danno esami, e del profitto che gli alunni ne ritraggono l’insegnante di religione informerà le rispettive famiglie mediante apposita nota da inserire nella pagella o negli altri simili documenti scolastici, nei quali si attesta il profitto di ogni altro insegnamento (art.4)”.
La CM n. 11 del 21 gennaio 1987 ricorda che il pagellino di religione “…oltre a recare per ciascun trimestre o quadrimestre firma insegnante et timbro scuola, debent essere vistate da capo di istituto aut docente delegato”.
Ed ancora la CM n. 156 del 23 maggio 1987 nel rispondere a quesiti pervenuti al Ministero precisa “che in scuola istruzione secondaria superiore prospetti relativi at risultati scrutini finali da affiggere in albo istituti debent contenere apposito spazio, dopo quello riservato at disciplina religione, per attività…”.
Quindi il giudizio dell’insegnante di religione va trascritto sul registrone, sul pagellino e sui prospetti da affiggere all’albo della scuola.
E’ inutile ricordare che la mancata partecipazione dei docenti di religione cattolica alla valutazione degli alunni che si sono avvalsi dell’ora di religione invalida lo scrutinio, così come previsto dagli articoli 1, 3 e 31dell’O.M. n. 80 del 9 marzo 1995 integrata dall’O.M. n. 117 del 22 marzo 1996 che io non riporto per mancanza di spazio, dai quali tra l’altro si evince che il consigli di classe è perfetto solo con la presenza di tutti gli insegnanti, compreso naturalmente l’insegnante di religione.
In riferimento ad una eventuale votazione in seno al consiglio di classe, cioè se l’insegnante di religione deve votare o no e se il suo voto è valido o meno, l’ultimo comma del punto 2.7 del DPR 202 del 23 giugno 1990 con molta chiarezza afferma che “Nello scrutinio finale, …, il voto espresso dall’insegnante di religione cattolica, se determinante, diviene un giudizio motivato iscritto a verbale” quindi vota, ora cerchiamo di capire se il voto vale o non vale.
Il TAR di Puglia-Lecce con sentenza n. 5 del 5 gennaio 1994, il TAR Sicilia-Catania con ordinanza n. 2307 del 19.9.1995 e il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Sicilia con ordinanza n. 130 del 14.2.1996 e la sentenza numero 1089/99 del TAR Toscana hanno affermato che il voto espresso dall’insegnante di religione vale “nel senso che il voto del docente di religione, ove determinante, si trasforma in giudizio motivato, ma senza perciò perdere il suo carattere decisionale e costitutivo della maggioranza”, è necessario quindi, solo in questo caso che l’insegnante di religione trascriva sul registro dei verbali il suo giudizio in modo articolato.
Se qualche capo d’istituto non si comporta come la norma prevede, è sufficiente che l’insegnante di religione faccia mettere a verbale che lui si dissocia dalla decisione adottata dal consiglio di classe e che quindi impugnerà l’atto del consiglio di classe per vizio di legittimità.
Nel malaugurato caso che tutto questo dovesse avvenire, l’insegnante di religione dovrà avvisare tempestivamente il Provveditorato agli Studi, l’ufficio catechistico diocesano competente e, relativamente alla eventuale contestazione giuridica, l’Organizzazione Sindacale a cui appartiene il docente, perché lo scrutinio verrà sicuramente rifatto.

Guida per quando il voto dell’IdR è determinante

Quando il Consiglio di classe (C.d.C.) non è unanime nel deliberare il passaggio o meno alla classe successiva, o magari l’ammissione agli esami, è obbligato a deliberare votando in modo palese e non segretamente. Il C.d.C può essere formato da un numero di docenti pari o da un numero di docenti dispari. Immaginiamo un C.d.C. formato da otto insegnanti, compreso naturalmente anche il Preside, quindi un C.d.C. pari. Immaginiamo che 4 votano per la l’ammissione alla classe successiva e 4 votano per la non ammissione alla classe successiva. Siccome la norma prevede che in caso di parità il voto del Preside vale doppio se il Preside ha votato per l’ammissione alla classe successiva, l’alunno verrà ammesso alla classe successiva, perché il risultato non è più 4 e 4, bensì 5 per l’ammissione alla classe successiva e 4 per la non ammissione alla classe successiva. Chiaramente solo nei casi di parità il voto del Preside vale doppio. Quindi in tutti i C.d.C. pari il voto dell’insegnante di religione non è mai determinante. Immaginiamo adesso un C.d.C. formato da nove persone, compreso sempre il Preside, quindi dispari. Continuiamo ad immaginare che questo consiglio voti nel modo seguente: 5 per l’ammissione alla classe successiva, 4 per la non ammissione alla classe successiva e l’insegnante di religione voti per la non ammissione alla classe successiva; il voto dell’insegnante di religione è ancora non determinate e quindi non succede ancora niente. Continuiamo ancora ad immaginare ad un C.d.C. formato da 9 persone e la votazione dia il seguente risultato: 5 per l’ammissione alla classe successiva e 4 per la non ammissione alla classe successiva, però l’insegnante di religione ha votato per l’ammissione alla classe successiva. E’ facile a questo punto intuire che il voto dell’insegnante di religione è determinante, perché aldilà del fatto se sia stato il primo o l’ultimo a votare, con il suo voto si è avuto il risultato. A questo punto entra in gioco il comma 2.7 del DPR numero 202 del 23 giugno 1990 che recita: “Gli insegnanti incaricati di religione cattolica fanno parte della componente docenti negli organi scolastici con gli stessi diritti e doveri degli altri insegnanti ma partecipano alle valutazioni periodiche e finali solo per gli alunni che si sono avvalsi dell’insegnamento della religione cattolica, fermo quanto previsto dalla normativa statale in ordine al profitto e alla valutazione per tale insegnamento.
Nello scrutinio finale, nel caso in cui la normativa statale richieda una deliberazione da adottarsi a maggioranza, il voto espresso dall’insegnante di religione cattolica, se determinante, diviene un giudizio motivato iscritto a verbale
.” E quindi solo in questo caso l’insegnante di religione dovrà motivare a verbale il giudizio dell’alunno in questione. E questa è la giusta interpretazione della norma sopraccitata. Alcuni interpretano tale norma nel senso di escludere dal computo dei voti quello dell’insegnante di religione. La norma richiede solo che il voto dell’insegnante di religione sia motivato con un giudizio che viene trascritto a verbale. A conferma di ciò si ricorda che tutta la giurisprudenza ha affermato che il voto dell’insegnante di religione vale sempre, solo che quando è determinante va motivato a verbale.

Guida per gli esami di Stato:

L’Ordinanza Ministeriale numero 128 del 14 maggio 1999, protocollo 6582, ancora valida, perché confermata dalla Ordinanza Ministeriale numero 90 del 21 maggio 2001 (protocollo numero 4042), ha introdotto alcune novità in merito alle modalità con cui l’insegnamento della religione cattolica concorre alla determinazione del credito scolastico; infatti l’articolo 3 così recita:
1. Ai sensi delle vigenti disposizioni relative all’esame di Stato conclusivo dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore, il Consiglio di classe, in sede di scrutinio finale di ciascuno degli ultimi tre anni, procede all’attribuzione del credito scolastico ad ogni alunno. Per l’anno scolastico 1998-99, il credito scolastico viene attribuito agli allievi dell’ultima, della penultima e terzultima classe, rispettivamente, sulla base delle tabelle D, E ed A allegate al Regolamento. In considerazione dell’incidenza che hanno le votazioni assegnate per le singole discipline sul punteggio conseguibile in sede di esame di Stato, i docenti, al fine dell’attribuzione dei voti sia in corso d’anno sia nello scrutinio finale, utilizzano l’intera scala decimale di valutazione.
2. I docenti che svolgono l’insegnamento della religione cattolica partecipano a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l’attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento. Analoga posizione compete, in sede di attribuzione del credito scolastico, ai docenti delle attività didattiche e formative alternative all’insegnamento della religione cattolica, limitatamente agli alunni che abbiano seguito le attività medesime.
3. L’attribuzione del punteggio, nell’ambito della banda di oscillazione, tiene conto, oltre che degli elementi di cui all’art. 11, comma 2, del Regolamento, del giudizio formulato dai docenti di cui al precedente comma 2 riguardante l’interesse con il quale l’alunno ha seguito l’insegnamento della religione cattolica ovvero l’attività alternativa e il profitto che ne ha tratto, con il conseguente superamento della stretta corrispondenza con la media aritmetica dei voti attribuiti in itinere o in sede di scrutinio finale e, quindi, anche di eventuali criteri restrittivi.
4. L’attribuzione del credito scolastico ad ogni alunno va deliberata e verbalizzata, con l’indicazione degli elementi valutativi di cui al comma 3.
5. Il punteggio attribuito quale credito scolastico a ciascun alunno è pubblicato all’albo dell’Istituto, unitamente ai voti conseguiti in sede di scrutinio finale ed è trascritto sulla pagella scolastica; su quest’ultima deve essere, altresì, indicata l’eventuale promozione con debito formativo.

Con questa Ordinanza e con l’articolo 3 in modo particolare vengono precisate le modalità con cui l’insegnamento della religione cattolica partecipa alla determinazione del credito scolastico.
Le possiamo così sintetizzare:
1. Elaborazione della media aritmetica calcolata sulla base dei voti conseguiti dall’alunno in tutte le discipline, tranne l’IRC;
2. Individuazione e collocazione in una delle bande di oscillazione indicate nella tabelle allegate al Regolamento;
3. Il consiglio di classe, al fine di stabilire il credito scolastico prende in considerazione “l’assiduità della frequenza scolastica, l’interesse e l’impegno nella partecipazione al dialogo educativo e alle attività complementari ed integrative ed eventuali crediti formativi” (Cfr. Regolamento) e il giudizio formulato dal docente di religione cattolica, riguardante non solo l’interesse con il quale l’alunno ha seguito questa disciplina, ma anche il profitto che ne ha tratto “con il conseguente superamento della stretta corrispondenza con la media aritmetica dei voti attribuiti in itinere o in sede di scrutinio finale e, quindi, anche di eventuali criteri restrittivi” (Cfr. OM 128/99).
Infine si propone un facsimile di tabella del credito scolastico.

Cogn. alunno

Media aritm. dei voti

Assid. alla freq.

Dialogo educ.

Attiv. complem.

I.R.C.

Cred. form.

Event. debito scol.

TOTALE cred. scol.

Guida all’attribuzione del credito scolastico
Il credito scolastico da attribuire ad ogni alunno è riferito al punteggio previsto nella banda di oscillazione di cui alla tabella ministeriale allegato al Regolamento degli esami di stato.
Per prima cosa chiariamo che una griglia per l’attribuzione del credito scolastico deve obbligatoriamente avere una finca che abbia come indicatore “IRC” e la griglia riportata sopra è secondo la norma.
A questo punto cerchiamo di capire cosa dovrà fare l’insegnante di religione.
Nei consigli di classe precedenti l’attribuzione del credito quindi precedenti lo scrutinio finale, ogni consiglio di classe nella propria autonomia, deciderà quanto assegnare ad ogni alunno per ogni finca: nel nostro caso il primo descrittore è “Assiduità alla frequenza”.
Immaginiamo che il consiglio di classe decida di assegnare 0,50 punti a chi non ha superato un mese di assenze; 0,20 a chi ha superato tra un mese e due mesi di assenze e nessun punteggio per chi ha superato due mesi di assenze.
Così per chi partecipa al dialogo educativo: chi partecipa attivamente un punto, per chi partecipa alternativamente 0,50 e per chi non partecipa proprio al dialogo educativo nessun punto.
E così via per altri indicatori…
Per quanto riguarda la finca dell’IRC, sempre in consiglio di classe, si dovrà decidere per chi è impegnato e interessato all’IRC e consegue risultati accettabili 0,20 punti; per chi invece è costantemente impegnato ed interessato conseguendo ottimi risultati (ad esempio moltissimo) 0,50 punti e naturalmente questo lo decidere solo l’insegnante di religione cattolica e nessun altro.
Il tutto naturalmente sarà approvato dal collegio dei docenti che precede per legge gli scrutini, infatti “Il collegio dei docenti determina i criteri da seguire per lo svolgimento degli scrutini, al fine di assicurare omogeneità di comportamento dei singoli consigli di classe (Cfr comma 2 dell’articolo 12 dell’OM 80/95)”.
Il credito che verrà assegnato all’alunno sarà esattamente la sommatoria di tutti i punti o frazione di punti riportati per ogni descrittore.

Guida per l’ammissione agli esami di qualifica per la terza classe degli istituti professionali

Cerchiamo di capire il compito del Consiglio di classe e il compito della commissione d’esame leggendo l’apposita Ordinanza ministeriale.
Il comma 1 dell’articolo 14 dell’Ordinanza ministeriale numero 128/99 (confermata dall’Ordinanza ministeriale numero 90/2001 e anche dall’Ordinanza ministeriale numero 56/2002) afferma:
1. Gli esami di qualifica si articolano in due momenti.
A - Prove strutturate e scrutinio.
Il Consiglio di classe tiene conto degli elementi di valutazione derivanti dal curriculum e dalle prove strutturate o semistrutturate, al fine di determinare il livello di formazione generale raggiunto e il grado di preparazione del candidato nelle singole materie di studio. L’attività svolta presso aziende dagli alunni, che per le sue caratteristiche deve configurarsi come attività didattica sulla base di accordi nazionali o locali, è ugualmente oggetto di valutazione. E’ altresì oggetto di valutazione l’attività di stage in azienda e di formazione effettuata durante l’anno scolastico, in attuazione di progetti autorizzati nell’ambito di programmi comunitari.

Il comma 2 dell’articolo 13 sempre della stessa ordinanza ministeriale invece recita testualmente: “Le commissioni per gli esami di qualifica (una commissione per ogni classe) devono essere composte dal preside e da tutti i docenti e dagli insegnanti tecnico-pratici dell’ultimo anno di ogni classe del corso di studi, purché di materie oggetto d’esame, nonché da un esperto delle categorie economiche e produttive interessate al settore di attività dell’istituto non appartenenti all’Amministrazione dello Stato. Gli esperti sono considerati commissari a pieno titolo”.
Questo significa che gli esami di qualifica sono divisi in due momenti: uno è quello dell’ammissione, l’altro è quello dello scrutinio finale che segue agli esami del candidato.
La valutazione che si dà all’alunno nella fase dell’ammissione è operata dal Consiglio di classe, quindi anche dall’insegnante di religione cattolica che però determina il punteggio insieme con tutti i docenti senza influire specificatamente con la sua disciplina; l’altro momento è fatto da soli “insegnanti … dell’ultimo anno di ogni classe del corso di studi, purché di materie oggetto d’esame”.
Non essendo la religione cattolica materia d’esame, l’insegnante di religione, che non è presente, non influisce nella valutazione definitiva e nell’attribuzione del credito.

 

 

SENTENZE IN MATERIA

Dalla disciplina esposta se ne deduce che l’insegnante di religione cattolica si trova in mezzo all’ambiguità tra Stato laico e disciplina confessionale legato a reciproche concessioni Stato-Chiesa e l’unico ad esserne svantaggiato in quanto non trova tutelati dall’ordinamento alcuni diritti riconosciuti ai restanti docenti quali la stabilità e l’indipendenza si deduce da un’analisi delle sentenze in materia.

sentenza 390/1999 della Corte Costituzionale

La questione di legittimità riguarda un insegnante di religione che chiedeva l’annullamento della mancata conferma dell’incarico per l’anno scolastico 1994/1995 e dei provvedimenti di nomina verso altri istituti di istruzione secondaria. Si denunciano profili d’incostituzionali delle disposizioni art.9 secondo comma della legge 121/1985 nelle quali si prevede che la nomina degli insegnanti di religione, su proposta dell’ordinario diocesano ha efficacia annuale, senza alcuna possibilità di inserimento nell’organico di docenti, e con la possibilità di revoca ad libitum dall’incarico. Si denuncia che la mancanza per essi della stabilità, che caratterizzerebbe invece la posizione degli altri insegnanti e dei pubblici dipendenti in genere, sarebbe priva di giustificazione e discriminerebbe, in violazione del principio di uguaglianza (art.3 primo comma Cost.) questa categoria di insegnanti. Inoltre la designazione annuale nella avrebbe a che vedere con il permanere di requisiti, il cui permanere viene controllato con altre disposizioni, ma entrerebbe in contrasto con il principio si stabilità (artt. 4 e 35 Cost.) e con il principio di buon andamento dell’amministrazione (art. 97 Cost.) che richiede l’esperienza e la continuità didattica.

La difesa in un primo punto richiede la manifesta infondatezza in quanto il giudizio di legittimità in questione dovrebbe caratterizzarsi per la violazione di “principi supremi” poiché l’art. 9 secondo comma deriva da una norma concordataria. Inoltre in un secondo punto equipara la posizione del i.r.c. a un lavoratore a tempo determinato e giustifica questa visione in virtù delle peculiarità dell’incarico.

La Corte ritiene che la questione non riguardi una norma patrizia, ma la disciplina statale che, nell’ambito della discrezionalità propria della legislazione scolastica, regolamenta lo stato giuridico degli insegnanti di religione, prevedendo lo loro nomina con efficacia annuale.

Ritiene la questione non fondata nel merito poiché ritiene che la posizione dell’insegnante di religione può essere equiparata a quella di un assunto a tempo determinato. Inoltre la scelta dell’incarico quale strumento di provvista di questo personale docente e pur essendo sempre possibili soluzioni diverse rimesse, nel rispetto degli impegni pattizi, alla discrezionalità del legislatore non si manifesta arbitraria o palesemente irragionevole, anche in relazione alla peculiarità di questo insegnamento.

Quindi date le modalità di selezione, di assunzione ed anche di (teorica) risoluzione del rapporto di lavoro, un’assoluta identità di status fra gli insegnanti dell’eventuale ruolo degli insegnanti di religione e degli altri semplicemente non è possibile; l’insegnamento della religione cattolica ha, comunque, caratteristiche oggettivamente e soggettivamente atipiche; e infatti la Corte costituzionale ha già detto che uno status differenziato non può ritenersi né arbitrario né palesemente irragionevole (sent. 390/1999).

Sentenza n.353/1999 della Corte Costituzionale

 

Sentenza 16 novembre 2000, n. 6133 sez. VI del Consiglio di stato Segnalo in ultimo che la deriva giurisdizionalista rischia di non incontrare, a ben vedere, neppure il favore delle autorità ecclesiastiche (il che mi fa pensare che, nel caso di cui discutiamo, la motivazione corporativa faccia aggio su quella clericale): può costituire, infatti, un’arma a doppio taglio. Lo dimostra la sent. 16 novembre 2000, n. 6133 della sez. VI del Consiglio di stato che sembra trarre le conseguenze ultime di quella deriva della quale dicevo. Avendo infatti il Tar Abruzzo sez. Pescara annullato la mancata conferma di un’insegnante di religione a seguito della revoca dell’idoneità da parte della Curia vescovile, in quanto tale revoca sarebbe stata «contraddittoria e, comunque, immotivata», il supremo giudice amministrativo ha ritenuto di confermare la decisione di primo grado, definendo il conferimento (e la revoca) dell’idoneità da parte del vescovo «atto endoprocedimentale finalizzato all’emissione dell’atto di nomina»: onde per cui, l’«esercizio del potere di emettere il giudizio di idoneità da parte dell’Autorità ecclesiastica e del correlativo potere di revoca non può essere sottratto…ad un riscontro del corretto esercizio del potere secondo criteri di ‘ragionevolezza e non arbitrarietà’». Dunque, le nostre corti non paghe di bloccare l’aviazione militare, promettono di occuparsi ed anzi, hanno cominciato ad occuparsi, degli straripamenti di potere delle autorità ecclesiastiche (rebus sic stantibus, cattoliche).

 

Cassazione Sezione Lavoro n. 2803 del 24 febbraio 2003  L’INSEGNANTE DI RELIGIONE RITENUTA INIDONEA DALL’ORDINARIO DIOCESANO, PERCHE’ NUBILE IN STATO DI GRAVIDANZA, HA PERSO IL LAVORO, MA NON HA SUBITO UN VERO E PROPRIO LICENZIAMENTOPer questo, secondo la Suprema Corte, ella non ha diritto alla specifica tutela prevista dal nostro ordinamento per le lavoratrici madri (Cassazione Sezione Lavoro n. 2803 del 24 febbraio 2003, Pres. Mileo, Rel. Picone). 

La sentenza della Corte di Cassazione in oggetto, si pone come ennesima pronuncia giurisprudenziale in ordine ad una tematica che non cessa di creare dissidi e problemi di carattere interpretativo in un ambito che non è solo giuridico, ma potrebbe anche essere definito come "etico" latu senso. Recentemente infatti, si è molto discusso sulla stampa nazionale, ancorché talvolta con scarso senso giuridico e cognizione della materia, sul fatto se sia o meno giusto l'avvenuto "licenziamento" di un'insegnante di religione in ragione del fatto che quest'ultima sia nubile ed in stato di gravidanza.

Orbene, senza entrare nel merito della fattispecie sottoposta a giudizio della Corte Suprema, e rimandando per questo direttamente alla lettura del dispositivo della sentenza, avremo modo in seguito di evidenziare l'incongruità di tali affermazioni e di rilevare, al contrario, come la situazione giuridica effettivamente esaminata dalla Corte si delinei con profili di maggiore e grave complessità.

L'ambito nel quale è maturata la controversia è quello dell'insegnamento della religione cattolica impartito nelle scuole pubbliche; questo insegnamento si deve svolgere nell'ambito della dottrina della Chiesa cattolica e con personale appositamente preparato dal punto di vista teologico, epistemologico e psico-pedagogico secondo la disciplina dettata dagli Accordi di Villa Madama del 1984 e dall'Intesa stipulata tra il Ministero della Pubblica Istruzione e la Conferenza Episcopale Italiana stipulata nel 1985 e poi successivamente modificata nel 1990 . I docenti di religione cattolica, nel rispetto del principio di garanzia della libertà della Chiesa, devono assicurare la loro aderenza ideale con la dottrina della Chiesa ed all'uopo anche il nuovo Concordato prevede per loro, il previo rilascio di un'attestazione di idoneità all'insegnamento della religione da conferirsi da parte dell'Ordinario diocesano competente per territorio . Così si esprime in merito il Finocchiaro: "gli insegnanti devono dare garanzia di seguire una linea ortodossa ai principi della Chiesa e perciò devono essere in possesso dell'idoneità loro riconosciuta dall'Ordinario diocesano; idoneità che ovviamente può essere revocata". Logico corollario di quanto detto e conseguenza diretta del potere di nomina degli insegnanti è quello della revocabilità dell'idoneità da parte dello stesso Ordinario diocesano qualora ricorrano motivi tali da far ritenere l'insegnante non più aderente all'ortodossia cattolica. E' da evidenziare altresì che per costante e cospicua giurisprudenza in materia, affinché si creino le condizioni per l'allontanamento del docente di religione è condizione necessaria e sufficiente il ritiro del nulla osta, senza che per questo sia necessario fornire particolari motivazioni . Invero questo diritto dell'Autorità ecclesiastica che già in passato aveva dato adito a sindacato di costituzionalità, peraltro costantemente rigettato, è supremo e prezioso strumento per la Chiesa per l'esercizio del suo diritto-dovere di controllo sugli insegnanti, nel pieno rispetto del disposto di cui all'art. 7 della Costituzione che descrive Stato e Chiesa come due ordinamenti originari, indipendenti e sovrani ciascuno nel proprio ordine. Da ciò deriva evidentemente l'insindacabilità giurisdizionale delle decisioni dell'Ordinario diocesano in ordine all'idoneità dei docenti. Sotto questo profilo dunque, non appaiono giuridicamente rilevanti le motivazioni per le quali il nulla osta viene revocato, bastando infatti che questa revoca venga a concreta esistenza nel mondo del diritto. Per questo motivo dunque, indipendentemente da considerazioni etiche, peraltro anche comprensibili nel caso di specie, il fatto che il rescritto vescovile venga ritirato è condizione di per sé sufficiente per l'allontanamento del docente, senza che sia possibile per quest'ultimo ricorrere in via giurisdizionale avverso tale decisione. Nulla importa nemmeno il fatto che il ritiro del nulla osta derivi da comportamenti qualificabili come "personali", posti in essere dai singoli docenti in un ambito identificabile come "privato", nella misura in cui anche gli insegnanti di religione in quanto adempiono un ministero della Chiesa, seppure sui generis, si devono "distinguere per la vita cristiana, la fede e la condotta" in aderenza al Catechismo della Chiesa cattolica che deve essere il kerigma che essi portano al mondo della scuola.

Dal punto di vista più strettamente giuridico, la Corte di Cassazione, con delle motivazioni francamente molto più convincenti di quelle enucleate nel giudizio d'appello , sottolinea con fermezza la particolarità dello status giuridico dell'insegnante di religione cattolica nel contesto generale della scuola pubblica, il quale si sottrae come jus singulare dalla normativa dettata tra l'altro dal d.lgs 29/1993 e dal d.lgs 165/2001. La Corte dopo aver rilevato la costituzionalità del sistema posto in essere dagli Accordi di Villa Madama in tema di insegnanti di religione, sottolinea come l'ordinamento esprime la regola assolutamente inderogabile secondo la quale non è ammissibile che l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole sia impartito da persone non ritenute idonee dalla competente Autorità ecclesiastica. Logica conseguenza è che la revoca dell'idoneità precedentemente concessa comporta, in punto di diritto, che la prestazione oggetto del contratto diventa assolutamente, e si potrebbe aggiungere anche oggettivamente, impossibile determinando quindi ai sensi dell'art. 1463 del Codice civile la risoluzione del rapporto. Il crearsi di una situazione di impossibilità assoluta della prestazione per la revoca dell'idoneità, comporta nel contesto di un contratto sinallagmatico, il venire meno della stessa causa del contratto, senza che peraltro sia lasciata alla libera volontà negoziale delle parti la possibilità di mantenere ugualmente in vita il negozio . Da ciò discende che la risoluzione del rapporto di lavoro di cui trattasi, non si sostanzia in un licenziamento, bensì in una situazione molto più grave e cioè nel venir meno della causa del contratto stesso che rende altresì inapplicabile la tutela delle lavoratrici madri contenuta nella l. 1204/1971 la quale ha, al contrario, come ambito di applicazione proprio il licenziamento, interdetto per tutto il periodo della gestazione e dell'astensione obbligatoria. Osserva inoltre la Corte che questi aspetti fortemente derogatori dello status giuridico dell'insegnante di religione rispetto agli altri docenti, discendono direttamente dall'applicazione della disciplina di derivazione pattizia tra Stato e Chiesa e come tale inidonei ad inficiare la compatibilità costituzionale della disciplina medesima come più volte affermato dal Giudice delle leggi .

Dopo tutto quanto detto, è ora il caso di enucleare una serie di considerazioni conclusive circa il pur complesso quadro emerso dall'esame della sentenza della Corte di Cassazione.

1) La concessione dell'idoneità da parte dell'Autorità ecclesiastica territorialmente competente, dopo l'esperimento con esito positivo dell'esame dei requisiti di fatto e di diritto del docente, può essere definita come una conditio sine qua non per l'attribuzione dello status di insegnante di religione cattolica nelle scuole pubbliche. Rimane conseguentemente escluso, nel pieno rispetto della libera determinazione della Chiesa, che un docente senza o privato di idoneità possa insegnare, senza possibilità per quest'ultimo di appellarsi contro tale decisione.

2) La revoca dell'idoneità all'insegnamento, indipendentemente da altre considerazioni di merito, rende la prestazione giuridicamente assolutamente impossibile, caducando conseguentemente la causa del contratto stesso che si risolve di diritto ai sensi dell'art. 1463 del Codice civile, non sostanziandosi quindi né l'ipotesi del licenziamento né quella del mancato rinnovo di un contratto di lavoro a tempo determinato.

3) Si riafferma altresì la costituzionalità della disciplina complessiva, ancorché ampiamente derogatoria, relativa allo status degli insegnanti di religione cattolica in rapporto a quello degli altri docenti, nel rispetto del disposto dell'art. 7 della Costituzione e degli altri accordi assunti in sede pattizia.

 

 

 

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