Università degli Studi di Milano

Facoltà di Giurisprudenza

Corso di Laurea in Giurisprudenza

Corso di Diritto costituzionale progredito

 

 

 

 

 

 

 

Note storiche e giurisprudenziali sull’insegnamento

della religione cattolica

 

Milano, lunedì 3 aprile 2006

 

 

 

 

 

Relatore: Chiar.ma Prof.ssa Marilisa D’Amico

Correlatore: Dott.ssa Irene Pellizzone

 

 

 

Elaborato di:

Livio Girgenti

Silvio Limonta

Simone Mannone

Giacomo Mastrorosa

 

 

 

Anno accademico 2005-2006


Sommario

1. Profilo storico evolutivo dell'istruzione religiosa.

2. Sentenza del Consiglio di Stato del 27 agosto 1988, n. 1006.

3. Cenni introduttivi sulla sentenza della Corte costituzionale n. 203/1989.

4.Per un’analisi logica della sentenza della Corte costituzionale n. 203/1989.

5. La proposta di tre livelli interpretativi dell’argomentazione della Corte.

6. Lo “stato di non-obbligo”: la sentenza della Corte Costituzionale n 13/1991.

Riferimenti normativi.

Prassi.

Riferimenti giurisprudenziali.

Bibliografia.

 

1. Profilo storico evolutivo dell'istruzione religiosa

 

La questione dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche non è un “problema” nuovo, infatti, già con la promulgazione della legge 13 novembre 1859 n. 3725 (c.d. legge Casati) lo Stato italiano si dotò di una disciplina che prevedeva l'obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche (artt. 193 e 315), con facoltà, per i non cattolici, di ottenere l’esonero dalla frequenza e dagli esami di religione, per mezzo di un’esplicita richiesta scritta ( art. 2 regolamento 15 settembre 1860). Tali disposizioni normative furono rovesciate dalla prassi, nella quale era diventato facoltativo l'insegnamento della religione, da impartire a chi ne facesse esplicita richiesta[1].

Con la caduta la Destra storica, tale tendenza si concretò in quelle norme di legge che, oltre a rendere obbligatoria l'istruzione elementare, eliminarono dalla scuola pubblica ogni residuo di confessionismo, abolendo i direttori spirituali delle scuole secondarie, sopprimendo l'insegnamento della religione nelle scuole magistrali e tacendo sull'insegnamento della religione nel programma delle scuole elementari, quale era previsto dall'art. 2 della legge 15 luglio n. 3968 del 1877 (c.d. legge Coppino)[2].

Peraltro, il silenzio mantenuto da tale legge sul rilievo dell'insegnamento della religione nella scuola era ambiguo, contrastando con l'obbligatorietà di tale insegnamento, che la legge Casati continuava a prevedere con norme che non erano state formalmente abrogate. Per superare tale difficoltà, successive disposizioni regolamentari rendevano l'insegnamento della religione cattolica facoltativo sia per gli alunni, sia per i Comuni, responsabili delle scuole elementari.

Dopo la svolta del 1922, con la mutata situazione politica, segnata dal prevalere delle tesi nazionalistiche in tema di politica ecclesiastica, saranno rilevanti i cambiamenti introdotti nel sistema scolastico già a cominciare dal 1923 con la riforma Gentile che sarà più tardi concretizzata col R.D. n. 285 del 1° ottobre 1923.

Nei riguardi della religione e del ruolo da essa svolto all’interno delle scuole pubbliche si affermava la sua funzione morale e conoscitiva, definita come insostituibile per la prima fase di apprendimento e conoscenza del mondo per le nuove generazioni.

Con la famosa formula “a fondamento e coronamento”, la riforma Gentile introduceva l’insegnamento della “dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica” estendendola, però, a tutta l’istruzione pubblica; si andava ben oltre, quindi, l’idea dello stesso ministro della Pubblica Istruzione di un insegnamento della religione nelle sole scuole primarie. È interessante notare, infatti, che con lo stabilizzarsi del fascismo la riforma dovette fare i conti con il consolidarsi dello Stato totalitario subendo una lunga serie di adattamenti e ritocchi. Uno dei “ritocchi” fu proprio quello che riguardò, con l’applicazione del Concordato del 1929[3], l’insegnamento della religione nella scuola e grazie al quale l’insegnamento della religione cattolica fu esteso anche alle scuole medie e superiori. A giustificazione di ciò si legge nell’art. 36 del Concordato con la Santa Sede: “L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica, l’insegnamento della dottrina cristiana, secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica”. Si attivava, infine, tale insegnamento avvalendosi di insegnanti ritenuti idonei dall’autorità ecclesiastica competente, la CEI.

Con il Concordato del 1929, il cui articolo 1 afferma che “la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato”, la matrice idealistica è radicalmente superata, la prospettiva dell’insegnamento della religione è di rigido stampo confessionale, una catechesi scolastica, da impartirsi secondo una prospettiva educativa della Chiesa cattolica.

Il radicale cambiamento avvenuto con l’avvento della Repubblica e la normativa post-costituzionale, pur affermando la laicità dello Stato, confermava la normativa concordataria. Recita, infatti, l’articolo 7 della Costituzione: “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei patti, accettate dalle parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”[4].

Ma l’affermarsi della secolarizzazione di massa e il modificarsi della società in senso pluralista impongono ad un certo momento un ripensamento di un insegnamento, concepito come era, secondo una rigida visione catechistica. Comincia a profilarsi la necessità di individuare ed operare scelte che delineassero un ripensamento del rapporto scuola-religione. Nel 1967 iniziò così il lungo percorso di revisione dei Patti Lateranensi che si sarebbe concluso nel 1984 con il “Nuovo Concordato”.

Riassumendo, sino al 1985, ossia finché è rimasto in vigore l'art. 36 del Concordato del 1929 (reso esecutivo con e ratificato dalla legge n. 810 del medesimo anno della firma) il sistema dell'istruzione religiosa nelle scuole pubbliche ha assunto un'impronta fortemente confessionista. I non cattolici e i non credenti potevano ottenere per i propri figli la dispensa dall'insegnamento religioso (art. 6 l. 24 giugno 1929 n. 1159 e art. 2 l. 5 giugno 1930 n. 824) e i primi, ricorrendo le condizioni previste dall'art. 23 r.d. 28 febbraio 1930 n. 289, potevano ottenere anche un locale scolastico per fare impartire ai figli un'istruzione religiosa diversa dalla cattolica.

Ma il sistema ora ricordato era in contrasto con gli articoli 3 e 8 comma 1, 19 e 21 della Costituzione, perché l'insegnamento della religione cattolica era obbligatorio e chi chiedeva la dispensa da tale obbligo si autodiscriminava.

Con l'entrata in vigore della l. n. 121 del 1985, esecutiva dell'Accordo 18 febbraio 1984, il sistema creato nel 1929-1930 è stato cambiato. Lo Stato, in relazione all'importanza rivestita dall'insegnamento della religione, "continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie […] riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano"[5]. In questo approccio, nel quale la religione cattolica non è considerata come la sola "religione dello Stato"[6], fondamento e coronamento dell'istruzione, ma come valore culturale, il suo insegnamento non è obbligatorio, salvo dispensa, come nella precedente disciplina del settore, ma è facoltativo.

Perciò, gli studenti o i loro genitori, all'atto dell'iscrizione, saranno invitati dall'autorità scolastica a scegliere se avvalersi o no di tale insegnamento[7].

Al fine di rendere effettivo il diritto alla scelta, lo Stato è impegnato ad organizzare la scuola in modo che, nelle classi in cui vi siano alunni che hanno dichiarato di non avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica, tale insegnamento e le eventuali pratiche di culto abbiano luogo secondo orari e modalità che non siano discriminanti (art. 9, comma 3°, l. n. 449 del 1984 esecutiva dell’Intesa con la Tavola valdese).

Garanzie analoghe sono previste dalle leggi riguardanti altre confessioni religiose che hanno stipulato intese con lo Stato.

Si legge nel Protocollo addizionale: “In relazione all’art. 1: “ Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”. Si afferma così l’autentica aconfessionalità e laicità dello Stato.

Osserva Sergio Citarelli: “Con l’Accordo del 1984 l’Ir è diventato Irc, sottolineando la sua specificità cattolica, ma abbandonando improprie intenzioni catechistiche e posizioni di primato nell'ordinamento scolastico. Da un lato, infatti, l'attuale Irc si inserisce “nel quadro delle finalità della scuola”, dall'altro, trova fondamento in un duplice ordine di motivazioni culturali e storiche: La Repubblica italiana dichiara, infatti, di riconoscere “Il valore della cultura religiosa” e di tener conto del fatto che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano” (art. 9.2)[8].

In linea di principio, il nuovo sistema risultante dalle disposizioni sopra ricordate, sembra conforme alle norme che garantiscono la libertà religiosa, essendo venuto meno il carattere obbligatorio dell'insegnamento e non avendo carattere discriminatorio una scelta che è effettuata da tutti.

L’insegnamento della religione cattolica è quindi previsto come insegnamento integrante dell’ordinamento scolastico. Le ragioni della stabilità di tale insegnamento sono dettate, quindi, dal riconoscimento del valore della cultura religiosa in generale e dall’affermazione che lo storicizzarsi di tali valori nei principi della religione cattolica è parte del patrimonio storico italiano.

Le finalità che assume l’insegnamento della religione cattolica come proprie, non possono che essere quelle della scuola, cioè ricavabili dalla Costituzione e dalla legislazione scolastica; è quindi finalità primaria dell’insegnamento della religione cattolica promuovere lo sviluppo della piena formazione della personalità degli alunni.

In questa prospettiva non è più la Chiesa che gestisce uno spazio autonomo nella scuola, ma è lo Stato, con il quale la Chiesa collabora, che chiede a quest’ultima di offrire un servizio, quello appunto dell’istruzione religiosa, a tutte le famiglie e agli alunni che ne fanno richiesta.

In ultima analisi, l’art. 9 del Concordato contiene l’assicurazione che l’insegnamento della religione cattolica sarà impartito in tutte le scuole di ogni ordine e grado e che ciascun interessato, genitore, o alunno per le superiori, ha il diritto di avvalersi o non avvalersi di tale insegnamento. Abbiamo quindi, con la revisione concordataria del 1984, una trasformazione: si passa dal vecchio insegnamento obbligatorio con possibilità dell’esonero, ad un insegnamento facoltativo del quale è possibile avvalersi o non avvalersi. Tutti devono dunque scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica[9].

Dopo quanto detto sulla valenza generale della cultura religiosa e sull’importanza della cultura cattolica ciò può sembrare contraddittorio; di fatto, non lo è se si tiene presente che l’insegnamento della religione cattolica si è inserito nelle finalità generali della scuola di Stato, ma è confessionale, cioè insegnato, come si ribadisce nel Protocollo addizionale, in conformità alla dottrina della Chiesa, che prepara i programmi, gli insegnanti e visiona i testi. Ne consegue che la nuova formula non è un semplice ribaltamento del vecchio sistema, vale a dire, non è che mentre prima si sceglieva di non fare religione oggi si sceglie se fare religione. La formula del nuovo Concordato è su questo punto assolutamente equilibrata: tutti devono scegliere, dichiarando la propria volontà, se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica[10].

Della portata normativa dell’art. 9, numero 2 della legge n. 121/1985 trattano le tre più significative sentenze in tema, qui discusse:

(i) sentenza del Consiglio di Stato n. 1006/1988;

(ii) sentenza della Corte costituzionale n. 203/1989;

(iii) sentenza della Corte costituzionale n. 13/1991.

 

2. Sentenza del Consiglio di Stato de 27 agosto 1988, n. 1006

 

Il primo strumento di comprensione della problematica relativa all’insegnamento della religione cattolica è rappresentato dalla sentenza della Consiglio di Stato del 27 agosto 1988, n. 1006.

Questo è stato chiamato a dirimere la questione insorta fra la Tavola Valdese e il Ministero della Pubblica Istruzione riguardo alla Circolale ministeriale del 29 Aprile 1989 n. 302.

In realtà, in via preliminare, i punti da dirimere riguardavano il possesso da parte della Tavola Valdese della capacità giuridica, necessaria per impugnare un atto della pubblica amministrazione, la quale gli viene riconosciuta sia dal T.A.R, in precedenza, sia dal Consiglio di Stato che argomenta ritenendo che la Tavola valdese sia un “Ente morale dotato di capacità giuridica per antico possesso di stato ed ente esponenziale delle chiese valdesi; ed in tale qualifica ha stipulato l’inteso con lo Stato italiano che è alla base della legge n. 449 del 1984”. Inoltre la Tavola valdese pare un ente legittimato in quanto agisce per la salvaguardia di un proprio interesse, la tutela delle sue primarie finalità culturali e il proprio accordo con lo stato italiano da legge 449 del 1984.

Un’altra eccezione preliminare riguardava l’inammissibilità del ricorso stesso in quanto l’obbligo di frequenza dell’attività alternative secondo l’ Avvocatura dello Stato era da derivarsi dalla legge  nonché dai programmi scolastici e da precedenti circolari. Il C.d.S. sostiene che il ricorso della Tavola valdese sia legittimo in quanto la circolare ministeriale n. 302 del 1986 dispone tassativamente l’obbligatorietà della frequenza delle attività alternative stesse per gli alunni che “comunque” non avessero dichiarato di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Secondo il C.d.S. è proprio dall’avverbio “comunque” che deve desumersi l’imposizione coattiva delle attività integrative anche agli alunni che abbiano esercitato lo specifico diritto, riconosciuto come tale dall’art. 9 della legge 449 del 1984, “di non avvalersi delle pratiche e dell’insegnamento religioso”.

Come ultima eccezione in via preliminare era stata proposta l’improponibilità del ricorso stesso per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, poiché L’avvocatura sostiene che manchi in capo alla Tavola valdese un interesse legittimo. Il C.d.S. ritiene che la lesione che la Tavola valdese subirebbe a causa dell’esercizio del potere da parte del ministero della pubblica istruzione sarebbero riguardanti un suo interesse legittimo e quindi posto a cognizione del giudice amministrativo.

Arrivando all’esame del merito dei due ricorsi, il C.d.S. compie un excursus storico che va dalla legge Casati del 1923 al nuovo Concordato del 1984 durante il quale tende a sottolineare il carattere formativo dell’insegnamento della religione cattolica. In particolare l’affermazione dell’art. 36 del Concordato del 1929 nella parte in cui afferma che l’insegnamento religioso è “fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica (non solo elementare)”. Anche se considerava l’ambiguità del sistema che faceva da contraltare alle solenni enunciazioni poiché, sul piano concreto, per tale insegnamento non vi sarebbero stati né voti, né esame, né frequenza assolutamente obbligatoria (art. 2). Ambiguità dovuta al carattere laico dello Stato italiano.

Il C.d.S. sostiene che, con il nuovo Concordato (1984), le precedenti ambiguità vengano risolte attraverso una diversa chiave interpretativa delle disposizioni e della modalità di attuazione. Sostiene che da un’analisi dell’art. 9 punto 2 del nuovo Concordato si possa dedurre non solo che lo Stato, pur nella sua laicità, non resta indifferente al fenomeno religioso, ma che adegua i sui fini essenziali relativi al miglioramento dell’uomo, considerandone la “connaturale religiosità nel quadro delle finalità della scuola” e, dunque, che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano” con la conseguenza che non possono essere ignorati da scuola la cui funzione è quella di “interpretare e portare a livello di conoscenza individuale i fenomeni più diffusi della realtà sociale”. Quindi secondo il C.d.S. si può dedurre che l’insegnamento della religione cattolica non resti una mera concessione fatta alla Chiesa, ma rientri nelle finalità dello Stato richiamandosi anche all’art. 9, punto 2, periodo 3°: “La Repubblica italiana continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine o grado”.

Fra le proposte precedenti al nuovo concordato vi era quella di trasformare l’insegnamento delle religione cattolica a insegnamento sulle religioni, ma poiché questa proposta non è stata accolta il C.d.S. ritiene doverosa la salvaguardia della libertà di coscienza di tutti i cittadini di cui all’art. 19 della Costituzione. Quindi pertanto al l’art. 9, numero 2, periodo 2° del Concordato rinnovato si è affermato l’ulteriore principio secondo cui “nel rispetto della liberta di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi  di detto insegnamento”, aggiungendosi che “ all’atto della iscrizione gli studenti, o i loro genitori che esercitano tale diritto su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione”. L’avvalersi o il non avvalersi di detto insegnamento non deve portare ad alcuna forma di discriminazione fra gli alunni. Ed in tale prospettiva deve interpretarsi il punto 5, lett. b), n. 2 del protocollo addizionale del nuovo Concordato secondo cui: “[con successiva intesa tra la competente autorità scolastica e la C.E.I. verranno determinate] […]le modalità di organizzazione di tale insegnamento, anche riguardo alla collocazione nel quadro orario delle lezioni”. Questa disposizione, secondo il C.d.S., dimostrerebbe che non v’è alcun intento di marginalizzare l’ora di religione, anzi ad un’attenta analisi della successiva intesa (D.P.R. n. 751 del 16 dicembre 1985) si desumerebbe la volontà di inserire l’ora di religione nel quadro orario della giornata, inserendo la religione cattolica fra gli insegnamenti e quindi attribuendo ad essa il ruolo di materia curricurale e parte del monte ore.

A questo punto il consiglio di Stato ci ricorda che l’intesa fra lo Stato italiano e la Tavola valdese di cui alla legge n. 449 del 1984 ribadisce che nell’assicurare l’insegnamento della religione cattolica riconosce agli alunni di dette scuole  il diritto di non avvalersi delle pratiche e dell’insegnamento religioso. Aggiunge inoltre che l’insegnamento non deve avvenire quando in classe sono presenti tali alunni né durante l’insegnamento di altre materie né secondo orari discriminanti.

Dalla narrazione dell’iter storico con cui si è arrivato al nuovo Concordato e attraverso le argomentazioni sopra esposte il C.d.S. arriva a ritenere che l’insegnamento della religione cattolica sia materia curriculare che lo Stato è obbligato a praticare in quanto ritenuta attinente alle finalità della scuola ed in quanto inerente al patrimonio storico del popolo italiano.

Ritenendolo insegnamento facoltativo solo in quanto consente la possibilità di non avvalersene, ma esso contribuisce alla determinazione del complessivo quadro orario dal che consegue che la scuola è costretta a fornire in alternativa ai non avvalenti altro insegnamento, ovvero attività culturali e formative equivalenti che, una volta esercitata l’opzione, è obbligatorio frequentare. Bisogna bilanciare gli orari in modo che la frequenza di attività alternative o della lezione di religione non porti alla discriminazione di alcuni alunni.

I ricorrenti sostenevano l’illegittimità di quanto precedentemente assunto poiché hanno ritenuto non sarebbe consentito imporre, a chi intenda non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, la scelta di un altro insegnamento o di attività pratica culturale alternativa. Il consiglio di Stato argomenta l’infondatezza della richiesta poiché sostiene che sia infondato potersi basare sulla 449 del 1984 per chiedere la cancellazione delle attività alternative, in quanto tale legge sostiene solo che non vi debba essere l’obbligo di dover frequentare l’insegnamento della religione cattolica e non che questo non possa essere sostituito con un’attività alternativa su cui nulla è previsto. L’obbligatorietà delle materie alternative, secondo il consiglio di Stato, si evince considerando l’insegnamento della religione cattolica oggettivamente obbligatorio e quindi per evitare ogni forma di discriminazione sia dei non avvalenti sia per coloro che si sono avvalsi. Secondo il C.d.S. il potere di non frequenza in capo all’eventuale esonerato porterebbe a una discriminazione tra le parti a danno  dell’esonerato che si sarebbe avvalso di un insegnamento in meno, insegnamento peculiare e fondamentale per la crescita dell’individuo, discriminazione colmata con l’attività alternativa obbligatoria che abbia l’equivalenza massima possibile sotto il profilo del valore didattico e formativo. Il Consiglio non ritiene coerente la ricostruzione dagli appellati e ritiene che si fondino su una divisione fra materie facoltative e obbligatorie puramente nominalistica.

Riguardo alla seconda sentenza impugnata il Consiglio si basa sull’analisi svolta in precedenza circa la collocazione nel quadro orario delle lezioni dell’insegnamento della religione cattolica e circa l’obbligatorietà delle materie alternative il C.d.S. ne deduce che tale argomentazione comporta l’accoglimento dell’appello principale dell’ Amministrazione.

Comporta altresì la reiezione dell’appello incidentale proposto da Fiori riguardo a violazioni dell’ art. 9 e dell’art. 5 del protocollo aggiuntivo della L. 25 marzo 1985 n. 121 nonché dell’art. 9 della legge dell’11 agosto 1984 n. 449 con riferimento agli artt. 2,3,19, 21 e 33 della Costituzione, nonché eccesso di potere, per illocità, contraddittorietà e sviamento, dal momento che a determinata conclusione il Consiglio ritiene si sia pervenuto in interpretazione delle norme richiamate dall’appellante e quindi in modo perfettamente lecito.

Il C.d.S. ritiene anche privo di fondamento il secondo motivo dell’appello incidentale, proposto dallo stesso Fiori di asserita violazione e falsa applicazione dell’art. 9 l. 11 agosto 1984 n. 449 eccesso di potere, particolarmente sotto il profilo dello sviamento atteso che al previsione di cui all’art. 9 della richiamata L. n. 449 del 1984, la quale esclude che l’insegnamento della religione cattolica possa realizzare, per gli alunni che dichiarino di non avvalersene “ secondo orari che abbiano effetti comunque discriminanti”, soprattutto se interpretata sistemativamente con la legge n. 121 del 1985, implicherebbe necessariamente il carattere facoltativo pieno dell’insegnamento medesimo e la sua collocazione in orario che permetta agli alunni che dichiarino di non avvalersene di non partecipare alle attività scolastiche durante le ore dedicate all’insegnamento della religione cattolica o comunque di scegliere liberamente se partecipare o meno alle attività alternative. Se così non fosse il C.d.S. in base alle argomentazioni precedenti la norma si porrebbe in contrasto con la legge 121 del 1985 di ricezione del Concordato.

Mentre al C.d.S. appare parzialmente  fondato il terzo motivo dell’ appello incidentale ritenendo il collegio di convenire con l’appellante circa la veridicità di alcune delle enunciazioni ivi prospettate.

Si assume, al riguardo, che vi sarebbe violazione dell’art. 9 dell’Accordo tra la Repubblica italiana e Santa Sede e del punto 5 del protocollo aggiuntivo resi esecutivi con L. 23 maggio 1985 n. 121, con riferimento all’art. 7 l. 4 agosto 1977 n. 517 e degli artt. 2, 3, 13, 21, 23, 97 della Costituzione italiana con riferimento alla risoluzione approvata dalla Camera dei deputati nella seduta del giorno 15 gennaio 1986; e degli artt. 3, 6 e 14 della legge 29 marzo 1983; eccesso di potere per sviamento, illogicità e contraddittorietà.

              Ritiene che era necessario emanare un atto legislativo che avesse determinato le materie o le attività alternative da offrire in opzione ai non avvalenti da offrire in opzione ai non avvalerti l’insegnamento della religione cattolica, e se fosse stato emanato tutto sarebbe stato più agevole per l’amministrazione della pubblica istruzione e non vi sarebbero state condizioni netta e radicale delle scelte della stessa praticate in concreto. L’amministrazione ha dovuto dare attuazione a una normativa carente così secondo il C.d.S. ha fatto ricorso alla L. 4 agosto 1957 n. 517, in particolare per le scuole medie inferiori, alle attività integrative previste dall’art. 7 al fine di agevolare il diritto allo studio e la piena formazione della personalità degli alunni. Le quali pur non avendo la specifica finalità di costituire una definita alternativa allo studio della religione cattolica però si ritiene fossero idonee ad essere adattate e poter costituire ad una valida alternativa sotto il profilo culturale.

Ritenuta infondato quanto affermato dall’appellato incidentale che il servizio da prestarsi da parte degli insegnanti in queste ore alternative sarebbe qualcosa di più rispetto ai loro compiti e al quale non sarebbero tenuti. Il C.d.S. motiva che proprio perché sono materie alternative e culturali gli insegnanti sono tenuti a svolgerle in quanto “i docenti sono tenuti al completamento dell’orario mediante l’utilizzazione nei corsi di integrazione ed extracurriculari”. Invece il Collegio e il C.d.S. è concorde, ritiene che lo studio individuale non sia idoneo a formare l’alunno ma si caratterizzerebbe per il disinteresse degli insegnanti verso la crescita degli alunni, quindi l’appello incidentale su questo punto va accolto.

Infondato è anche il quarto motivo dell’appello incidentale del Fiori secondo il quale il ministero che con circolare n. 317 del 1986 ha stabilito che “qualora i contenuti dell’attività (alternative) siano tali da renderlo utile ed opportuno, si potrà procedere all’accorpamento degli alunni, oltre che per classi parallele, anche in senso verticale”, interferirebbe arbitrariamente in materia, come quella della formazione delle classi, che è competenza (artt. 4 e 6 D.P.R. n. 416 del 1974 e art. 3 D.P.R. n. 417 del 1974) anzitutto degli organi collegiale e poi “sulla base dei criteri generali stabiliti dal Consiglio di circolo o d’istituto e delle proposte del collegio docenti del personale direttivo”. Inoltre romperebbe il vincolo docente classe importante per la crescita dell’individuo. Il Consiglio motiva rifacendosi alle argomentazioni dell’Avvocatura la quale ribadisce la potestà organizzatoria in capo al ministero della pubblica istruzione.

Destituito di fondamento, infine, è il quinto e ultimo motivo dell’appello incidentale del Fiori, con il quale viene nuovamente dedotta l’asserita violazione degli artt. 2, 3, 13, 21, 23, 97 della Costituzione, in base al rilievo che la collocazione dell’insegnamento della religione cattolica nell’orario obbligatorio, con conseguente necessità dei non avvalenti di seguire le attività alternative, avrebbe mantenuto ed anzi accentuato la discriminazione tra gli alunni con grave conseguenza in ordine al regolare svolgimento dell’azione educativa e didattica. Questo è quello più importante per la nostra analisi poiché si riallaccia con le argomentazioni svolte dal Consiglio verso le impugnazioni della Tavola Valdese.

In tale prospettiva, secondo l’appellante, l’art. 9 secondo comma della l. n.121 del 1985 e l’art. 5 del relativo protocollo addizionale si dovrebbero ritenere contrastanti con principi costituzionali che sanciscono la tutela dei diritti fondamentali (art. 2) l’uguaglianza di tutti i cittadini senza possibilità di discriminazioni per motivi religiosi (art. 3) la libertà religiosa (art. 19), la libertà di coscienza (art. 21) la libertà di insegnamento (art.33).

La normativa, in ogni caso, se interpretata nel senso sopra indicato, violerebbe comunque l’art. 97 della Costituzione dal momento che, l’insegnamento della religione cattolica deve essere inserito nel quadro dell’orario obbligatorio per tutti, non solo in nessun modo si potrebbe garantire un uguale trattamento a tutti gli alunni, ma soprattutto non si potrebbe garantire un efficiente organizzazione dell’attività didattica.

Nelle considerazione che si sono precedentemente svolte, circa le ragioni per le quali, secondo il Concordato revisionato, lo Stato ha assunto l’obbligo di continuare a praticare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole non universitarie e la previsione relativa alla garanzia della tutela della libertà di coscienza, con la previsione della facoltà di non avvalersi di tale insegnamento, vi è la risposta a tutti i dubbi di costituzionalità avanzati dall’appellante.

Il C.d.S. sostiene che la laicità dello Stato e la posizione di pari uguaglianza di tutti i cittadini non esclude, necessariamente, un’attenzione al fenomeno religioso della maggioranza del popolo sotto il profilo educativo. La scelta, come materia d’insegnamento, della religione cattolica è giustificata dal rilievo che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”.

Essa non contrasta con la Costituzione che, per gli stessi motivi, ha pure dedicato una specifica regolamentazione (art.7) per tale credo religioso.

 

Né sembra comprensibile l’asserita violazione dell’art. 97 della Costituzione circa il buon andamento della pubblica amministrazione, atteso che non è condivisibile la tesi secondo cui l’inserimento della religione cattolica tra le materie curriculari impedirebbe una “ efficiente organizzazione dell’attività didattica”.

 

Infine il Consiglio riesamina, l’originale motivo del ricorso del Fiori indicato sub 8 del ricorso al T.A.R. e concernente specificamente la formazione dell’orario delle lezioni da parte del Preside della scuola medio Tacito di Roma- Vitinia; motivo di ricorso, peraltro, non riproposto dall’appellante incidentale, ma che va esaminato ugualmente, dal momento che non è stato esaminato dal T.A.R. perché ritenuto assorbito.

Si assume, in particolare, che vi è stata nella formazione dell’orario delle lezioni violazione ed erronea applicazione degli artt.  4 e 6  del D.P.R. 31 maggio 1974 n. 416 e dell’art. 3 del D.P.R. 31 maggio 1974 n. 417, nonchè del punto 2.2 del D.P.R. 16 dicembre 1985 n. 751 ed eccesso di potere per contraddittorietà nonché illogicità, difetto di istruttoria e sviamento con riferimento alle CC. MM. n. 368, del 20 dicembre del 1985, n 131 del 3 maggio 1985 n. 211 del 24 luglio 1986 n. 302 del 29 ottobre del 1982. E ciò nell’asserito presupposto che il Preside della scuola media Tacito di Roma-Vitinia ha adottato l’impugnato orario delle lezioni in violazione delle citate disposizioni di legge; difatti né il Consiglio d’istituto aveva formulato i necessari criteri, né il Collegio dei docenti aveva formulato le necessarie proposte. Di conseguenza l’impugnato orario con la relativa collocazione dell’insegnamento della religione cattolica nell’orario obbligatorio per tutti gli alunni, era stato adottato senza tener conto delle esigenze che avrebbero potuto rappresentare i detti organi collegiali.

Tanto basta per concludere che il Preside avrebbe dovuto adottare l’orario delle lezioni dopo che il Consiglio d’istituto avesse deliberato i criteri generali ( e non risulta che nella specie ciò sia stato fatto) e dopo che il Collegio dei docenti avesse presentato le relative proposte ( anch’esse mancanti, nonostante le numerose riunioni del collegio stesse e le elaborate discussioni in merito alla materia alternativa da suggerire).

 

Quindi in definitiva il Consiglio di Stato ritiene riguardo ad entrambi i ricorsi riuniti:

(i) ammissibile il ricorso proposto dalla tavola valdese contro la circolare del ministro della pubblica istruzione 29 Ottobre 1986, n. 302, che disciplina le attività integrative di studio individuale alternative all’insegnamento della religione cattolica;

(ii) legittima la circolare del ministro della pubblica istruzione 29 Ottobre 1986, n. 392, nella parte in cui prevede per gli alunni delle scuole medie l’obbligo di frequenza alle attività integrative offerte, in alternativa all’insegnamento della religione cattolica, a chi non si volesse avvalere di tale insegnamento;

(iii) illegittima la circolare del ministro della pubblica istruzione 29 Ottobre 1986, n. 302, nella parte in cui prevede che gli alunni delle scuole medie, che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, possano optare per lo studio individuale non organizzato dalla scuola, in luogo delle attività integrative offerte, in alternativa a tale insegnamento;

(iv)legittima la circolare del ministro della pubblica istruzione 29 Ottobre 1986, n. 302, nella parte in cui suggerisce che gli alunni delle scuole medie che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, nel compimento delle attività integrative offerte in alternativa a tale insegnamento, possano essere raggruppati, oltre che per classi parallele, anche in senso verticale, quando i contenuti delle attività stesse lo rendano utile ed opportuno;

(v) illegittimo il provvedimento con cui il preside di una scuola media forma l’orario delle lezioni, nel quale l’insegnamento della religione cattolica è collocato nell’orario obbligatorio per tutti gli alunni, senza che il consiglio di istituto avesse deliberato i criteri generali e senza che il collegio dei docenti avesse presentato le proposte per la formazione dell’orario stesso. Inoltre è ritenuto illegittimo lo studio individuale per la discriminazione al quale sarebbero sottoposti gli alunni che si troverebbero senza un insegnamento. 

 

3. Cenni introduttivi sulla sentenza della Corte costituzionale n. 203/1989

 

Il secondo strumento di comprensione della problematica relativa all’insegnamento della religione cattolica è rappresentato dalla sentenza della Corte costituzionale dell’11 aprile 1989, n. 203.

Prima facie la stessa si pone in discontinuità con la sentenza del Consiglio di Stato n. 1006/1988, data l’interpretazione totalmente discorde della nozione di insegnamento (della religione cattolica): quella infatti lo qualifica come “curriculare” alla luce del “quadro dell’orario delle lezioni” in cui lo stesso non può che collocarsi (in breve una situazione di fatto legittima la norma di diritto secondo il ragionamento del Consiglio le cui premesse sono che, se l’insegnamento della religione cattolica si colloca “nel quadro delle lezioni”, allora significa che è un insegnamento come gli altri, infatti è nominato “curriculare”, perciò al pari degli altri è “obbligatorio”, e la cui conseguente estremizzazione è che la scelta di non avvalersi è posterius rispetto all’insegnamento, perciò l’obbligatorietà dello stesso deriva da un dato di fatto che, a giudizio del Consiglio, la legge riconosce e che prescinde da e precede la legge che attribuisce l’opzione di scelta del suo non avvalersene che, anzi, rende obbligatoria la frequenza dell’alternativo insegnamento che ci deve essere perché ci deve essere quello della religione cattolica, poiché i non avvelenatisi sarebbero altrimenti discriminati illegittimamente)

Questa, invece, non lo qualifica neppure, poiché non lo interpreta, infatti la Corte dichiara, all’ultimo capoverso del punto 8, che “il punto 5, lett. b), n. 2 del Protocollo addizionale non contiene disposizione immediata pertinente alla questione di causa” quello cioè sulla “la collocazione nel quadro delle lezioni”, ma considera che “le finalità della scuola”, reinterpretate alla luce del principio di laicità dello Stato, a sua volta interpretato alla luce del complessivo assetto costituzionale, non implicano tale insegnamento che, per questo, diventa facoltativo.

Invero, dando per scontato la facoltatività di detto insegnamento, valuta se l’alternativo insegnamento obbligatorio sia correttamente interpretato e giudica, al punto 9, che la opzione sia espressione della libertà religiosa negativa (libertà di non professare alcuna religione) quindi “non degradabile, nella sua serietà e impegnatività di coscienza, ad opzione tra equivalenti discipline scolastiche”. L’insegnamento alternativo perciò non è obbligatorio poiché, all’ultimo capoverso del punto 9, “l’alternativa [tra discipline] è stato di non-obbligo” nel senso di immunità. La Corte va oltre reputando il diritto di non avvalersi come, al sesto capoverso del punto 8, “figura di diritto soggettivo” che “non ha precedenti in materia” in quanto espressione del principio di laicità, perciò l’insegnamento della religione cattolica perde la sua, secondo il Consiglio di Stato, “connaturale religiosità” ma diventa come protezione da discriminazioni per motivi di religione, poiché chi non vuole, ha il diritto di frequentare l’insegnamento: ecco come il diritto di non avvalersi dell’insegnamento della religione  cattolica diventa prius dell’obbligo di frequentarlo, poiché è legittimato attraverso il principio di libertà religiosa e il principio di uguaglianza.

Se c’è il diritto di non avvalersi e il non-obbligo di fare un insegnamento, che nella sentenza n. 13/1991 diventerà diritto di fare un non-insegnamento ovvero di non fare alcuna attività didattica ai limiti dell’arbitrarietà dal contesto didattico, come mai c’è l’insegnamento della religione, e in specie di quella cattolica? La Corte, essendo eccepita l’illegittimità dell’intero numero 2 dell’art. 9 della legge n. 121/1985, interpreta “il valore della cultura religiosa” come espressione del principio di laicità, perciò considera l’insegnamento della religione nel suo aspetto valoriale, non confessionale.

In questo modo la laicità diventa parametro di interpretazione, non di legittimità dell’art. 9, numero 2. Mi sembra che il ragionamento della Corte proceda così: se la Costituzione è la laica, allora anche la legge lo è di principio rectius in virtù di quel principio, solo perché parla di valore.

 

4. Per un’analisi logica della sentenza n. 203/1989

 

Per chiarezza d’analisi, è tuttavia opportuno della portata sistemica di tale pronuncia due soli siano i dati oggettivi: la sentenza in questione è interpretativa di rigetto.

È interpretativa, poiché la sentenza da una parte designa (in positivo), attraverso l’interpretazione delle disposizioni della Costituzione relative alla forma di Stato, la proposizione normativa[11] della disposizione legislativa dell’art. 9, numero 2 della legge del 25 marzo 1985, n. 121, dall’altra delimita (in negativo), attraverso l’interpretazione esclusiva della precedente norma, la proposizione del punto 5, lettera b), numero 2 del relativo protocollo addizionale;

È di rigetto, poiché la sentenza dichiara non fondata la questione di illegittimità delle suddette disposizioni rispetto agli articoli 2, 3 e 19 della Costituzione.

Procedo quindi nell’analisi di ciascuno di questi due dati obiettivi, da cui desumere ulteriori profili di comprensione della sentenza in oggetto.

Rispetto al primo dato oggettivo (quello relativo al carattere interpretativo della sentenza n. 203/1989), nella prima parte affermo che l’interpretazione della Corte con riferimento all’art. 9, numero 2 della legge n. 121/1985 è positiva: con ciò intendo dire che la Corte seleziona[12] una proposizione normativa in tale disposizione legislativa,  cui attribuisce rilevanza nel giudizio ai fini dell’individuazione del thema decidendum, traendola dall’interpretazione delle disposizioni costituzionali cui l’art. 9, numero 2 deve, secondo la Corte, ricondursi.

Quindi, prima di valutare se la disposizione in oggetto (art. 9, punto 2) violi le disposizioni invocate (artt. 3 e 19 Cost.), la Corte indaga quale è la sua ratio per  (trascenderne il senso e) vincolarne il significato a quello che ricava dall’interpretazione complessiva dell’assetto repubblicano necessario secondo la Costituzione[13]. La Corte afferma che l’assetto fondante della repubblica è laico e che la ratio dell’art. 9, punto 2 è fondata sull’interpretazione valoriale[14] delle norme costituzionali che si riflette, a sua volta, sulle norme dispositive in tema di insegnamento della religione cattolica. A tal stregua la Corte reputa che la costituzione deve essere laica e che l’insegnamento della religione deve essere un valore come conferma dell’aconfessionismo di Stato e del pluralismo religioso, poiché un insegnamento religioso valoriale è legittimato a livello culturale e personale senza implicazioni di legittimazione di stampo confessionista o di imposizione di stampo totalitario.

Tale conferma non è prova del ragionamento della Corte, ma risultato; la ricostruzione a posteriori delle verità di ragione non giustifica, ma constata le verità di fatto: è vero che lo Stato è laico e che l’insegnamento della religione cattolica è un contributo culturale alla formazione educativa di che se ne avvale, ma non è vera la necessità di uno Stato laico né interpretazione valoriale dell’insegnamento.

Sulla questione dell’assetto laico di una repubblica, contesto che la repubblica  necessiti della laicità dello Stato. La Corte sostiene che la laicità è un “profilo della forma di Stato” quindi della Repubblica, invece la laicità non è condizione necessaria dell’assetto repubblicano né, al contrario, la forma repubblicana lo è della laicità. Se nessuna è condizione dell’altra, allora come può la laicità essere un profilo che deve esserci. È piuttosto un profilo che c’è perché l’interpretazione lo induce.

Dall’interpretazione, infatti, delle disposizioni costituzionali relative alla forma di stato deriva che l’Italia è Stato laico: la Corte propone un significato di laicità[15], il quale integra la nozione di laicità consolidata in giurisprudenza, la quale esplica (o esplicita), secondo il ragionamento di questa Corte, la definizione di repubblica costituzionalmente orientata, la quale non implica, a ragione, né la necessità che lo Stato sia laico né la legittimazione della laicità medesima. La Corte infatti dà per presupposto che lo stato italiano è laico, cioè in questa sentenza spiega non perché lo Stato deve essere laico, ma che cosa significa che lo Stato è laico e lo fa riconoscendo la pura presenza di specifiche disposizioni costituzionali (artt. 2, 3, 7, 8, 19, 20 Cost.). Il fatto che l’Italia è laica è ragione sufficiente perché questa debba esserlo. Forse che, se lo Stato repubblicano, secondo necessità di ragione, può non essere laico, allora semmai il mero fatto della presenza di dette disposizioni è causa sufficiente della laicità dello Stato? A tal stregua la laicità si riduce a questione di fatto, non di diritto della cui legittimazione e legittimità è ricerca specifica che esula questo contesto.

In limine non sfugge la qualificazione di laicità, ad opera della Corte, a livello di principio, non di valore,  e, in particolare, a livello di principio supremo dello Stato. La ragione di tale qualificazione trae fondamento nel dibattito della dottrina ecclesiasticista: i Patti Lateranensi godono della copertura costituzionale dell’art. 7 cioè la loro illegittimità può essere invocata solo per violazione di un principio supremo dell’ordinamento costituzionale; la qualificazione della laicità come principio supremo conviene all’interpretazione dell’estensione della copertura costituzionale del Concordato di Roma del 18 febbraio 1984 che, secondo la menzione letterale, “apporta modificazioni al Concordato lateranense”, cui la Corte aderisce[16]. In modo induttivistico, sono sollecito a sostenere che, per la dominante interpretazione estensiva della copertura costituzionale rispetto al Concordato del 1984, sia necessario un principio supremo come parametro di interpretazione delle disposizioni in esame, sebbene, per il giudizio di legittimità dell’insegnamento dell’ora di religione secondo l’applicazione precettiva concreta della fattispecie costitutiva astratta della legge n. 121/1985, sia sufficiente la libertà (negativa) di religione come parametro di legittimità della stessa. Credo tuttavia che senza l’interpretazione a livello di principio supremo non si potesse entrare nel merito della questione, anche solo per dichiarala infondata e che senza il legame necessario tra interpretazione della costituzione e della disposizione della legge n. 121/1985 non si potesse superare la vis e la penetrazione interpretativa della sentenza del 17 agosto 1988 del Consiglio di Stato, n. 1006/1988, senza neppure emettere una sentenza interpretativa, non manipolativa della presente disposizione.

S            i collega così la seconda questione che qui mi ardimento a smentire: la questione della ratio valoriale della disposizione della art. 9, numero 2 della legge n. 121/1985, ricordo che è dall’interpretazione laica (vera o falsa che sia, giusta o sbagliata che sia) della repubblica che segue l’interpretazione di tale disposizione in termini di proposizione normativa ciò perché se ne adduce una portata valoriale.

Il rapporto tra queste interpretazioni impone che la ratio della superiore, quella del principio supremo, sia vincolante per quella inferiore, quella legislativa, per la naturale forza dell’autorità del principio e del supremo e che il valore del principio promani sulla valenza della norma.

Ecco che l’art. 9, numero 2 è norma ed è una immunità grazie al principio e al valore della laicità nell’opposta impostazione del Consiglio di Stato.

In limine raffiguro un’asimmetria tra concetto di principio della laicità, come questione di diritto, giustificativa della stessa in termini di legittimazione e concezione valoriale della stessa qui prospettata sul presupposto che la (interpretazione della) disposizione legislativa diffonde quel valore che la (interpretazione della) disposizione costituzionale effonde.

Ma non c’è giustificazione della necessità del principio di laicità sull’interpretazione della disposizione dell’art. 9, numero 2 della legge n. 121/1985.

In fondo mi chiedo se è stato utile scomodare un principio così importante senza l’invito consistente in una necessaria interpretazione e senza la cortesia consistente nella spiegazione della sua giustificazione

Così si compie il doppio salto logico che la laicità necessità di Stato e necessità di principio, che, ai nostri fini, confermano che la petizione della Corte sulla laicità è appunto petizione di principio perché considera come presupposto legittimante della repubblica (ricordo il dover essere un profilo costituzionale della nostra e nostrana forma di Stato) e dell’immunità (alias “stato di non-obbligo”).

Vengo quindi a spiegare del primo dato oggettivo (quello relativo al carattere interpretativo della sentenza n. 203/1989) la seconda parte che si riferisce all’interpretazione negativa della disposizione del punto 5, lettera b), numero 2 del relativo protocollo addizionale: tale interpretazione si deve, secondo la Corte, all’impertinenza di tale disposizione legislativa con l’oggetto della causa[17], perché la sua proposizione normativa non è rilevante per il giudizio, poiché la proposizione normativa della prima disposizione esclude quella della seconda.

Rispetto al secondo dato oggettivo (il carattere reiettivo della sentenza n. 203/1989) l’analisi riguarda l’infondatezza della questione di legittimità di cui di seguito viene trattata.

 

5. La proposta di tre livelli interpretativi dell’argomentazione della Corte

 

A mio giudizio, l’analisi dell’argomentazione dell’infondatezza della questione sollevata davanti alla Corte implica una triade prospettica; più semplicemente, le ragioni del rigetto si possono osservare da tre punti di vista differenti, ciascuno dei quali occupa un livello interpretativo diverso a seconda del grado di giuridicità attribuito alla norma.

Sono tre i punti di vista (tanti i livelli interpretativi, quanti i gradi di giuridicità):

(i) profilo giuridico-formale;

(ii) profilo giuridico-sostanziale;

(iii) profilo storico-materiale.

Rispetto ai livelli d’interpretazione, a ciascun profilo si associa un tipo di interpretazione: al profilo giuridico-formale segue l’interpretazione formale, al profilo giuridico-sostanziale segue l’interpretazione sostanziale, al profilo storico-materiale segue l’interpretazione storico-materiale.

Rispetto ai gradi di giuridicità della norma, a ciascun profilo si associa un tipo di promanazione della norma: al profilo giuridico-formale segue la promanazione in termini di enunciazione legislativa, al profilo giuridico-sostanziale segue la promanazione in termini di disposizione legislativa, al profilo storico-materiale segue la promanazione in termini di proposizione normativa.

Tale classificazione non è indifferente neppure alla Corte quando, da un lato, in riferimento all’art. 9, numero 2 della legge n. 121/1985, chiama la norma ‘proposizione’, dall’altro, in riferimento al punto, lettera b), numero 2 del relativo protocollo addizionale, chiama la norma ‘disposizione’: ciò esemplifica la diversa natura tra livelli di interpretazione. Infatti l’art. 9, n. 2 è rilevante per il giudizio, lo è invero la sua proposizione, e il punto 5, lett. b), n. 2 non è rilevante per la causa, lo è invero la sua disposizione.

Senza questa differenziazione poi non si vede come ribaltare legittimante la sentenza del Consiglio di Stato n. 1006/1988 che si pone sul livello di interpretazione formale del punto 5, lett. b), n. 2 riguardante “la collocazione nel quadro degli orari delle lezioni”.

Vengo alla specifica applicazione di ciascun punto di osservazione: il primo riguarda l’ipotesi che dell’art. 9, n. 2 non si dica, come ha fatto il Consiglio di Stato, per ragioni formali, che lo stesso attribuisce un diritto di scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica quale prius rispetto all’obbligo di frequentare tale insegnamento nel senso che l’atto di disposizione legislativa non è proprio un enunciato avente autonoma portata rispetto agli altri; il secondo considera l’ipotesi che di questa disposizione se ne parli, come ha fatto questa Corte, per ragioni sostanziali, in termini di valore nel senso che l’enunciato legislativo non è meramente normativo, ma carico di valori; il terzo comprende l’ipotesi che della medesima disposizione si guardi, per ragioni materiali, all’aspetto giustificativo della norma medesima nel senso che l’enunciato altro non sia che la sedimentazione di un patrimonio culturale cui si riconoscono quanti se ne avvalgono.

La Corte ha affrontato ciascuna di queste prospettive: risolve la prima nel senso di chiedersi se la facoltà di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica comprende anche la facoltà di non svolgere alcun insegnamento alternativo; risolve la seconda nel senso di stabilire che la facoltà di non svolgere alcun insegnamento è in realtà un immunità concernente il diritto di libertà negativa di religione; risolve la terza nel senso di confermare che l’insegnamento è attività culturale, non confessionale quindi conforme allo Stato laico. Con le parole della Corte[18]: “La previsione come obbligatoria di altra materia per i non avvalentisi sarebbe patente discriminazione a loro danno, perchè proposta in luogo dell'insegnamento di religione cattolica, quasi corresse tra l'una e l'altro lo schema logico dell'obbligazione alternativa, quando dinanzi all'insegnamento di religione cattolica si e chiamati ad esercitare un diritto di libertà costituzionale non degradabile, nella sua serietà e impegnatività di coscienza, ad opzione tra equivalenti discipline scolastiche. Lo Stato é obbligato, in forza dell'Accordo con la Santa Sede, ad assicurare  l'insegnamento di religione cattolica. Per gli studenti e per le loro famiglie esso è facoltativo: solo l'esercizio del diritto di avvalersene crea l'obbligo scolastico di frequentarlo. Per quanti decidano di non avvalersene l'alternativa é uno stato di non-obbligo. La previsione infatti di altro insegnamento verrebbe costituire condizionamento per quella interrogazione della coscienza, che deve essere conservata attenta al suo oggetto: l’esercizio della libertà costituzionale di religione”.

 

6. Lo “stato di non-obbligo”: la sentenza della Corte Costituzionale n 13/1991

 

Il terzo strumento di comprensione della problematica relativa all’insegnamento della religione cattolica è rappresentato dalla sentenza della Corte costituzionale dell’14 gennaio 1991, n. 13, che procede, nel solco tracciato dalla sentenza della Corte n. 203/1989, all’individuazione della precisa portata del concetto di “stato di non-obbligo” in cui si trovano gli studenti che decidano di non avvalersi dell’ora di religione. Tale concetto significa la non equivalenza del detto insegnamento rispetto a qualsiasi altro impegno scolastico, che la sentenza del Consiglio di Stato n. 1006/1989 affermava, a partire dall’interpretazione della “collocazione nel quadro delle lezioni” del punto 5, lett. b), n. 2 del protocollo addizionale, attraverso la qualificazione dello stesso come “insegnamento curriculare”. In tal modo si specifica inconfutabilmente il principio supremo di laicità dello Stato già delineato dalla decisione del 1989. Tuttavia, la dottrina non è del tutto convinta della soluzione proposta con la sentenza in commento[19] (come si vedrà più dettagliatamente nel proseguo); tra gli altri Saccomanno sostiene che “il modo in cui l’intero problema è stato affrontato fa nascere alcune perplessità sia in relazione alla corrispondenza fra norme impugnate e risposta della Corte, sia in relazione agli strumenti da essa utilizzati. In primo luogo, infatti, mentre nella sent. 203 l’intervento della Corte era proteso ad una precisazione del principio di laicità dello Stato, alla luce del quale rivisitare le norme impugnate, con la sent. n. 13 del 1991 il thema decidendum viene in effetti circoscritto dalla stessa Corte alla determinazione della portata dei limiti dello «stato di non-obbligo». In secondo luogo gli strumenti interpretativi prescelti, non sembrano fra i più idonei a risolvere lo spinoso problema dell’insegnamento di religione cattolica, se si ha riguardo anche agli effetti prodotti.”[20]

I motivi per cui sorgono nuovamente dubbi relativamente alla costituzionalità delle norme che regolano, nel contesto scolastico, la questione dell’ora di religione cattolica sono dovuti alla normativa amministrativa entrata in vigore nel maggio del 1989. Infatti, poco più di un mese dopo e in applicazione della sent. 203/1989, la circolare ministeriale n. 188/1989, individua quello che concretamente risulta essere lo “stato di non-obbligo”, per coloro che decidano di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Viene prevista la possibilità di scegliere alternativamente fra:

“a) attività didattiche formative;

  b) attività di studio e/o ricerca individuali;

  c) nessuna attività”[21].

La successiva circolare n. 189/1989 “chiarisce(si) che attività di studio e/o ricerca individuali di cui alla lettera b) [...] sono espletate da studenti con assistenza del personale docente”[22]. Mentre, contrariamente a quanto possa risultare da una prima interpretazione letterale, si ritiene che la locuzione “nessuna attività” corrisponda allo svolgimento di “attività di studio e/o ricerca senza assistenza del personale di cui sopra”. Di conseguenza l’ora di religione, pur non rientrando più negli insegnamenti obbligatori, è inserita comunque nel numero di ore obbligatorie per gli studenti; pertanto anche i non avvalentisi sono tenuti a rimanere a scuola pur scegliendo la terza opzione, testè illustrata. In questo modo viene ribaltato il convincimento della Corte, secondo cui lo Stato non può creare un obbligo generalizzato relativo a tale insegnamento.

Sulla base di tali considerazioni “il Pretore di Firenze, con ordinanza del 4 maggio 1990 (R.O. n. 477 del 1990), in riferimento agli artt. 2, 3, 19 e 97 della Costituzione, solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 9, n. 2, della legge 25 marzo 1985, n. 121, e del punto 5, lettera b), n. 2, del relativo Protocollo addizionale, per duplice discriminazione negativa derivante dalla collocazione dell'insegnamento di religione cattolica nell'ordinario orario delle lezioni ai non avvalentisi, sia in quanto obbligati a rimanere inattivi nella scuola durante l'insegnamento della religione cattolica, sia per la riduzione di altra attività didattica per lo spazio temporale riservato al detto insegnamento. [23]

Contrapponendosi alle posizioni del Pretore di Firenze, il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura di Stato, evidenzia due motivi a causa dei quali non sarebbe possibile ammettere la questione di legittimità proposta: in primo luogo “non prendendo posizione il Pretore rimettente in ordine alla interpretazione delle norme denunciate, non risulta quale sia la rilevanza della questione nel giudizio a «quo»”; a ciò si aggiunga che “versando la doglianza di parte sull'assetto organizzatorio derivante da circolari ministeriali, e dunque in materia di competenza del giudice amministrativo, risulterebbe difetto di giurisdizione del Pretore rimettente.”

La Corte dopo aver valutato le eccezioni di cui sopra, le ritiene superabili entrambe. Relativamente alla prima dichiara, infatti, che il petitum non è lo stesso considerato e risolto dal Giudice delle Leggi nell’89, ma (implicitamente) “mira ad ottenere una più ampia individuazione della portata del concetto di «stato di non-obbligo» degli studenti non avvalentisi dell'insegnamento di religione cattolica, con conseguenze circa la legittimità del regime di non discriminazione introdotto dall'Amministrazione della pubblica istruzione.” Inoltre non sono le circolari ministeriali, in quanto tali, ad essere sottoposte a giudizio di legittimità costituzionale, bensì la situazione di fatto da esse create, che investe lo “stato di non-obbligo” e quindi un diritto soggettivo (ex. sent. Cort. Cost. 203/1989 cit.), per il quale “non è contestabile la giurisdizione del giudice ordinario”. Fissato così il thema decidendum la Corte procede ad illustrare i motivi della decisione.

Innanzitutto la Corte va ad analizzare la portata della circ. min. 188/1989 alla luce del principio stabilito dalla sentenza 203/1989, in base alla quale “la previsione come obbligatoria di altra materia per i non avvalentisi sarebbe patente discriminazione a loro danno, perché proposta in luogo dell'insegnamento di religione cattolica, quasi corresse tra l'una e l'altro lo schema logico dell'obbligazione alternativa.”  Vi è di più: come già era stato sostenuto dalla terza sezione del Tar Lazio, con la decisione 617/1990, “se la previsione di altro insegnamento obbligatorio verrebbe a costituire condizionamento dell’esercizio di libertà costituzionale di religione […] tanto più risulterà condizionante (e mortificante) un opzione tra una disciplina scolastica (l’insegnamento della religione cattolica), da un lato, ed attività di contenuto didattico e formativo quanto meno nebuloso ovvero del tutto assente, dall’altro” [24]. Alla luce di tali considerazioni “sorge (la) questione se lo «stato di non-obbligo» possa avere tra i suoi contenuti anche quello di non presentarsi o allontanarsi dalla scuola” e riaffiora il problema dell’interpretazione della locuzione “nessuna attività”. Ad avviso della Corte è necessaria una valutazione sul “valore finalistico dello "stato di non obbligo", che è di non rendere equivalenti e alternativi l'insegnamento di religione cattolica ed altro impegno scolastico, per non condizionare dall'esterno della coscienza individuale l'esercizio di una libertà costituzionale, come quella religiosa, coinvolgente l'interiorità della persona.”[25] Pare opportuno riportare integralmente il testo della sentenza, che illustra l’impostazione accolta dalla Corte: “Non è pertanto da vedere nel minore impegno o addirittura nel disimpegno scolastico dei non avvalentisi una causa di disincentivo per le future scelte degli avvalentisi, dato che le famiglie e gli studenti che scelgono l'insegnamento di religione cattolica hanno motivazioni di tale serietà da non essere scalfite dall'offerta di opzioni diverse. Va anzi ribadito che dinanzi alla proposta dello Stato alla comunità dei cittadini di fare impartire nelle proprie scuole l'insegnamento di religione cattolica, l'alternativa è tra un sì e un no, tra una scelta positiva ed una negativa: di avvalersene o di non avvalersene. A questo punto la libertà di religione è garantita: il suo esercizio si traduce, sotto il profilo considerato, in quella risposta affermativa o negativa. E le varie forme di impegno scolastico presentate alla libera scelta dei non avvalentisi non hanno più alcun rapporto con la libertà di religione.

Lo "stato di non-obbligo" vale dunque a separare il momento dell'interrogazione di coscienza sulla scelta di libertà di religione o dalla religione, da quello delle libere richieste individuali alla organizzazione scolastica.”

In sostanza la Corte ritiene che se l’autorità amministrativa prevede che, anche in seguito alla scelta di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, ne derivi comunque un impegno positivo (anche se questo comporti solo la permanenza nell’edificio scolastico), allora l’alternativa non sarebbe più “tra una scelta positiva e una negativa”, ma tra due scelte positive. Questa impostazione, che ha come scopo quello di evitare che si crei lo stimolo per la scelta di non avvalersi, per quanto non corretta, riguarda solo l’organizzazione scolastica e non intacca invece l’intima inclinazione verso la religione, garantita dall’Accordo tra Stato e Chiesa. Si sottolinea quindi la separazione di competenze tra il Concordato del 1984 e la legge statale. La fonte pattizia infatti può regolare la condizione solo di coloro che volontariamente si sottopongono ad essa, in quanto avvalentisi, ma non ha forza nei confronti degli studenti che hanno optato per lo “stato di non-obbligo”. Dall’esito della scelta emerge “il sotto-insieme di coloro che sono coinvolti dal concordato in quanto disciplina dei rapporti tra lo Stato e la “loro” confessione religiosa, ed il sotto insieme di  coloro che invece vi sono estranei, in quanto non aderiscono a tale confessione”[26].

La diretta conseguenza è che “alla stregua dell'attuale organizzazione scolastica è innegabile che lo "stato di non-obbligo" può comprendere, tra le altre possibili, anche la scelta di allontanarsi o assentarsi dall'edificio della scuola.”[27]

È opinione diffusa in dottrina che la Corte Costituzionale con le sentenze nn. 203/1989 e 13/1991 abbia fissato chiari e incontrovertibili principi sul problema dell’ora di religione, ma senza risolvere tutte le problematiche al riguardo. Basti pensare che non sono stati chiariti alcuni dubbi, tra i quali quelli di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 97[28] avanzati dal giudice a quo.

Più precisamente, un primo problema riguarda l’uguale tempo-scuola (“riduzione di altra attività didattica per lo spazio temporale riservato al detto insegnamento”). Ci si riferisce alle scuole elementari[29], per le quali sono previste 27 ore settimanali di insegnamento - e tra esse, a norma del D.P.R. n. 104/1985 un programma di “conoscenza delle realtà religiose” - da non confondere con l’insegnamento della religione cattolica. Non vi è alcuna precisazione da parte del Giudice delle Leggi, che possa permettere di stabilire se oltre alle 27 ore debbano essere aggiunte quelle - facoltative - per l’insegnamento della religione cattolica (superando il tetto massimo) oppure si debba inserire detto insegnamento all’interno delle 27 ore, con pregiudizio per la lezione di  “conoscenza delle realtà religiose”.

Altro problema insoluto è quello della “collocazione dell’insegnamento di religione cattolica nell’ordinario orario delle lezioni”. Se da un lato è lecito, in base alla normativa ministeriale[30], che esso possa ricadere in qualsiasi momento del giorno e della settimana, è innegabile che, assicurata la facoltà di assentarsi per i non avvalentisi, sarebbe più coerente se fosse collocato all’inizio o al termine delle lezioni. 

Proprio queste mancanze e il fatto, non meno importante, che la sentenza è ancora di rigetto, sono la causa delle critiche maturate nella dottrina, cui si faceva cenno a p. 26. Già le enunciazioni della sent. n. 203/1989 sembravano poter risolvere efficacemente le problematiche sull’ora di religione, ma essendo essa un’interpretativa di rigetto, quindi vincolante solo per le parti in causa, i suoi effetti sono stati limitati. La pronuncia del 1991, che appare quasi il prolungamento della sentenza precedente ed è diretta a rafforzarla, propone lo stesso risultato: il rigetto. A questo riguardo parte della dottrina ha sostenuto una serie di tesi, che sostengono la vincolatività delle sentenze di rigetto, come precedente giudiziario non solo inter partes. Anche tra quei giuristi però è sempre viva la consapevolezza della limitata portata di tali pronunce. “Proprio per questo viene qui in gioco il problema del rapporto tra le enunciazioni di principio, di volta in volta elaborate dalla Corte in motivazione, e i tipi di dispositivo adottati in materia di diritti fondamentali.”[31]

Il motivo è che l’autorità, che promana dalla pronuncia della Corte costituzionale, deve comunque essere posta in termini concreti per opera del potere esecutivo. L’adozione di una sentenza di rigetto, quindi, lungi dall’indicare una chiara via interpretativa, ma avendo più che altro valore persuasivo, non elimina il rischio che l’amministrazione prospetti ancora, fatte salve alcune modifiche, una disciplina nella sostanza difforme da quella intesa dalla Corte.[32]

In conclusione, il merito della sentenza n. 13/1991 è di aver reso intoccabile il principio di laicità dello Stato; lascia però discrezionalità al potere esecutivo, che già in passato non ha accolto pienamente il dettato del Giudice Costituzionale.


Riferimenti normativi

 

Legge 13 novembre 1859 n. 3725 (c.d. legge Casati)

Regolamento 15 settembre 1860

Legge n. 3968 del 1877 (Coppino)

Regio decreto 1° ottobre n. 823/1923 (riforma Gentile)

Concordato tra Italia e Santa Sede 1° febbraio 1929

Legge 23 giugno 1929 n. 1159

Legge 5 giugno 1930 n. 824

Costituzione della Repubblica Italina del 2 giugno 1946 (artt. 2, 3, 7, 19, 33, 34, 97)

Legge n. 449 del 1984 esecutiva dell’Intesa con la Tavola valdese

Decreto del Presidente della Repubblica del 12 febbraio 1985, n. 104

Legge n. 121 del 1985 di esecuzione e di ratifica dell'Accordo del 18 febbraio 1984

 

Prassi

 

Circolare ministeriale 25 maggio 1989, n. 188

Circolare ministeriale 29 maggio 1989, n. 189

Circolare ministeriale 18 gennaio 1991, n. 9

 

Riferimenti giurisprudenziali

 

Sentenza del Consiglio di Stato, sezione III, del 27 agosto 1988, n. 1006

Sentenza della Corte costituzionale del 12 aprile 1989, n. 203

Sentenza del T.a.r. Lazio, sezione III del 30 marzo 1990, n. 617

Sentenza della Corte costituzionale del 14 gennaio 1991, n. 13

 


Bibliografia

 

Barberini, Giovanni, Lezioni di diritto ecclesiastico, Giappichelli, Torino, 2001 (2° ed.).

Caretti, Paolo, I diritti fondamentali: Libertà e Diritti sociali, Giappichelli, Torino, 2000 (2° ed.).

Finocchiaro, Rrancesco, Diritto ecclesiastico, Zanichelli, Bologna, 2003 (9° ed.).

Colaianni, Nicola, Ora di religione: «lo stato di non-obbligo» in Foro italiano, 1991, pp. 365-372.

Colaianni, Nicola, Il principio supremo di laicità dello Stato e l’insegnamento della religione cattolica in Foro italiano, 1989, fasc. I, pp. 1333-1342.

Floridia, Sicardi, Dall’eguaglianza dei cittadini alla laicità dello Stato. L’insegnamento confessionale nella scuola pubblica tra libertà di coscienza, pluralismo religioso e pluralità delle fonti in Giurisprudenza costituzionale, 1989.

Saccomanno, Albino, Insegnamento di religione cattolica: ancora una interpretativa di rigetto in Giurisprudenza Costituzionale, 1991, pp. 88-94.

 

 

 

 

 

 

 

 

HOMEPAGE



[1] Cfr., in proposito, A. Talamanca, Libertà nella scuola ecc., cit., pag. 125 e segg.

[2] Si veda in proposito: Carlo Cardia, Stato e confessioni religiose. Il regime pattizio, Bologna, il Mulino, 1988.

[3] I Patti Lateranensi, firmati da Mussolini e dal cardinale Gasparri, l’11 febbraio 1929, realizzavano la conciliazione fra stato e Chiesa, ponendo fine alla cosiddetta “Questione romana”. I Patti si componevano di un trattato, di un concordato e di una convenzione finanziaria. Nel Trattato si affermava il reciproco riconoscimento della Città del Vaticano e del Regno d’Italia e la religione cattolica era indicata come l’unica religione dello Stato. Con il Concordato la Chiesa accettava l’obbligo per i vescovi di giurare fedeltà allo Stato e una serie di condizionamenti dell’organizzazione degli arcivescovadi e delle diocesi e nelle procedure di selezione e controllo degli ecclesiastici che avrebbero operato nell’ambito di uffici e impieghi statali. Lo Stato dava validità al matrimonio disciplinato dal diritto canonico, introduceva l’obbligo dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e riconosceva le organizzazioni dipendenti dall’Azione Cattolica, poste alle dirette dipendenze delle gerarchie ecclesiastiche.

[4] Dopo l’entrata in vigore della Costituzione, l’art. 36 del Concordato lateranense è sembrato che ne violasse le norme, in particolare per ciò che, nell’insegnamento primario, l’insegnamento della religione non era separato da quello delle altre discipline.

[5] Così recita l’art. 9 numero 2, periodo 1°: “La repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado.

Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento. All’atto dell’iscrizione, gli studenti o i loro genitori, eserciteranno tale diritto, su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione”.

[6] Si legge nel Protocollo addizionale: “Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”. Si afferma così l’autentica aconfessionalità e laicità dello Stato.

[7] V. nota n. (4)

[8] Sergio Citarelli, Prontuario giuridico IRC. Raccolta commentata delle norme che regolano l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, Querinaria, Brescia, 2003, p. 15.

[9] Sulla non facile questione della facoltatività si è acceso un lungo dibattito che ha coinvolto anche la Corte costituzionale; la massima istituzione ha sentenziato, mettendo fine alle polemiche, spesso pretestuose, che l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo per gli alunni, ma non lo è per lo Stato che deve assicurarlo. Si legge nella sentenza n. 203 dell’11 aprile 1989: “lo Stato è obbligato, in forza dell’accordo con la Santa Sede, ad assicurare l’Irc. Per gli studenti e per le loro famiglie esso è facoltativo: Solo l’esercizio del diritto di avvalersene crea l’obbligo scolastico di frequentarlo”.

[10] Sulla non facile questione della facoltatività si è acceso un lungo dibattito che ha coinvolto anche la Corte costituzionale; la massima istituzione ha sentenziato, mettendo fine alle polemiche, che l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo per gli alunni, ma non è facoltativo per lo Stato che deve assicurarlo. Si legge nella sentenza n. 203 dell’11 aprile 1989: “lo Stato è obbligato, in forza dell’accordo con la Santa Sede, ad assicurare l’Irc. Per gli studenti e per le loro famiglie esso è facoltativo: solo l’esercizio del diritto di avvalersene crea l’obbligo scolastico di frequentarlo”.

[11] ‘Proposizione’ è termine del lessico della Corte che ricorre nel secondo capoverso del punto 5 e nel primo e penultimo dell’ottavo nel senso di ‘periodo’ per spiegare in ognuno dei passi citati, ciascuno singolarmente, i tre periodi che formano il numero 2 dell’art. 9 della legge n. 121/1985; invece, sul piano dell’analisi del linguaggio normativo, qui si segnala un altro senso di ‘proposizione’ come contrapposizione di ‘disposizione’: infatti una disposizione legislativa può non disporre una proposizione normativa. Tale contrapposizione è feconda vieppiù quando è dubbia la natura politica (meramente valoriale) o giuridica (puramente regolatrice) di un’espressione linguistica come la storia del Concordato, anche dei suoi lavori preparatori, evidenzia. Le disposizioni sollevate in questo giudizio sono infatti oggetto di interpretazione circa la loro (dovuta e doverosa) portata operativa (quindi normativa). Che le disposizioni possano dire diversamente dalle norme, lo riconosce, al di fuori della filosofia analitica del linguaggio, nel commento alla presente sentenza, a fondamento dell’interpretazione della Corte, Nicola Colaianni, Il principio supremo di laicità dello Stato e l’insegnamento della religione cattolica in Foro italiano, 1989, fasc. I, pp. 1333-1342, in particolare incipit del § 4, p. 1336: “Del principio ermeneutico così chiaramente formulato dalla corte aveva certamente bisogno il nuovo accordo, costellato di reticenze e locuzioni, quando non ambigue, anodine e indeterminate, interpretabili in sensi diversi e confliggenti: è il frutto di un compromesso raggiunto invece che sui contenuti normativi, sui loro enunciati [corsivi non in originale] […]”.

[12] Incipit dell’ultimo capoverso del punto 3 della sentenza n. 203/1989: “Pertanto la Corte non può esimersi dall’estendere alla verifica di costituzionalità alla normativa denunziata, essendo indubbiata di contrasto con uno dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale, dati i parametri invocati, artt. 2, 3 e 19”.

[13] Primo capoverso del punto 4 della sentenza in oggetto: “I valori richiamati [artt. 3 e 19 Cost.] concorrono, con gli altri (artt. 7, 8 e 20 della Costituzione), a strutturare il principio supremo della laicità dello Stato, che è uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della repubblica”.

[14] Desinit dell’ultimo capoverso del punto 3: “In particolare, nella materia vessata gli artt. 3 e 19 vengono in evidenza come valore di libertà religiosa nella duplice specificazione di divieto: a) che i cittadini siano discriminati per motivi di religione; b) che il pluralismo religioso limiti la libertà negativa di non professare alcuna religione”.

[15] Secondo capoverso del punto 4: “Il principio di laicità, quale emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19, 20 della Costituzione, implica la non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”.

[16] Primo capoverso del punto 3. “Questa Corte ha statuito, e costantemente osservato, che i principi supremi dell’ordinamento costituzionale hanno una valenza superiore rispetto alle altre norme o leggi di rango costituzionale, sia quando ha ritenuto che anche le disposizioni del Concordato, le quali godono della particolare copertura costituzionale fornita dall’art. 7, secondo comma, della Costituzione […]”.

[17] Ultimo capoverso del punto 8: “Il punto 5, [lettera b),] numero 2, non contiene disposizione immediata pertinente alla questione di causa e pertanto la fonte della doglianza non è rinvenibile nella normativa impugnata [corsivi non in originale]”.

Di questa disposizione si occupa la sentenza 1006/1988 del Consiglio di Stato.

[18] Citazione integrale del punto 9.

[19] Per tutto il paragrafo cfr. Colaianni, Ora di religione: «lo stato di non-obbligo», Foro it, febbraio 1991 e Saccomanno, Insegnamento di religione cattolica: ancora una interpretativa di rigetto, Giurisprudenza Costituzionale, 1991.

[20] Da Saccomanno, opera citata, pag. 89.

[21] Da circ. min. n. 188, 25 maggio 1989.

[22]  Da circ. min. n. 189, 29 maggio 1989.

[23] Da qui in poi, in corsivo, da sent. Corte Cost. n. 13/1991.

[24] Massima: “sono illegittime le circolari 25 maggio 1989, n. 188 e 29 maggio 1989, n. 189, nella parte in cui impongono l’obbligo di optare, in alternativa all’insegnamento della religione cattolica, per una delle altre tre attività indicate (attività didattiche e formative, attività di studio e/o ricerca individuale con assistenza del personale, attività di studio e/o ricerca individuale senza assistenza dello stesso personale) con esclusione della facoltà, per gli alunni non avvalentisi, di lasciare la scuola nelle ore in cui il suddetto insegnamento è impartito.” (da Foro it, N. 9 Settembre 1990, III p. 333).

[25] Si può notare come nello sviluppo della sentenza il Giudice Costituzionale, guardi sempre con la coda dell’occhio la sentenza 203/1989 che al riguardo afferma: “la previsione infatti di un altro insegnamento obbligatorio verrebbe a costituire condizionamento per quella interrogazione della coscienza, che deve essere conservata attenta al suo unico oggetto: l’esercizio della libertà costituzionale di religione.”

[26] Floridia – Sicardi, Dall’eguaglianza dei cittadini alla laicità dello Stato. L’insegnamento confessionale nella scuola pubblica tra libertà di coscienza, pluralismo religioso e pluralità delle fonti, Giurisprudenza costituzionale, 1989, II, 1086.

[27] Questa statuizione viene resa esecutiva dalla circolare ministeriale n. 9/1991 (recante istruzioni applicative della sent. n. 13/1991 Corte Cost.) che offre “ai non avvalentisi anche la scelta di allontanarsi o assentarsi dall’edifico scolastico, in aggiunta alle altre possibilità che l’organizzazione scolastica aveva già proposto con le precedenti circolari nn. 188 del 25 maggio 1989 e 189 del 29 maggio 1989”.

[28] “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e la imparzialità dell'amministrazione.”

[29] Si noti che solo attraverso la lettura dell’ordinanza del Pretore è possibile proporre le considerazioni che seguono.

[30] Anche circolare ministeriale n. 9/1991 lo ribadisce.

[31] Da Saccomanno op. cit., pag. 91.

[32] Già la c. m. n. 9 del 1991 ostacola in qualche modo il diritto dei non avvalentisi (Saccomanno op. cit.).